A$AP Rocky – Don’t Be Dumb
Recensione del disco “Don’t Be Dumb” (RCA, 2026) di A$AP Rocky. A cura di Francesco De Salvin.
I rumori di fondo di A$AP Rocky (pseudonimo di Rakim Athelaston Mayers): moda, cinema, processi, faide, copertine patinate, contratti milionari. Eppure, ogni volta che l’artista di Harlem ha davvero lasciato il segno, lo ha fatto quando ha ridotto tutto all’osso. Quando la messa in scena spariva e restava solo una direzione precisa, diretta, un’idea chiara di ritmo, un modo personale di stare dentro la tradizione rap senza farsene schiacciare. È lì che A$AP Rocky ha sempre funzionato meglio.
“Don’t Be Dumb“ - il cui artwork è stato disegnato da quel genio assoluto di Tim Burton - arriva dopo un’attesa lunghissima e dentro un clima in cui la sua figura pubblica pesa quasi più della musica. Il processo, le polemiche, la relazione con Rihanna, il diss con Drake: tutto potrebbe far pensare a un disco costruito sul racconto di sé. In realtà Rocky fa l’opposto. Prova a stringere il campo, a ridurre il superfluo, a tornare a un rapporto più concreto con il suono e con la propria voce, anche se non sempre riesce a tenere tutto in controllo.
Il disco è irregolare, sbilenco, spesso sbilanciato. Ci sono brani che sembrano nati stanchi (esiste davvero qualcuno che apprezzi Punk Rocky?), altri che si perdono in scelte sin troppo facili (Stole Ya Flow). Ma nei momenti giusti emerge un A$AP Rocky diverso dal passato: meno decorativo, più concentrato sulla musicalità delle strofe, capace di usare i nuovi tempi veloci del rap attuale senza inseguirli goffamente. Qui la sua impronta diventa davvero il perno, non un elemento tra gli altri (pensiamo a pezzi come Helicopter o la stessa No Trespassing).
Quando la produzione spinge in avanti e lascia spazio alla creatività, Rocky sembra rinascere. I beat più asciutti – vedasi Playa e, soprattutto, Air Force (Black De Marco) – gli permettono di scivolare tra i registri, di costruire tensione senza sovraccaricare. Non è l’energia furiosa degli esordi, ma una forma di controllo più matura, che mostra quanto il suo stile si sia affinato negli anni di silenzio.
A conti fatti, dunque, “Don’t Be Dumb“ non è il grande ritorno che qualcuno si aspettava, e forse non vuole esserlo. È un disco imperfetto, pieno di crepe, ma attraversato da momenti in cui il Nostro ricorda chi è davvero: non (solo) un personaggio da rotocalco, ma un artista che, quando smette di recitare se stesso, sa ancora dire qualcosa che vale la pena ascoltare.




