Sleaford Mods – The Demise of Planet X

Recensione del disco “The Demise of Planet X” (Rough Trade Records, 2026) degli Sleaford Mods. A cura di Francesco Giordano.

Quando ho messo su “The Demise of Planet X” per la prima volta ho avuto quella sensazione lì, quella che ti prende solo con i dischi che aspettavi senza rendertene conto. Andrew Fearn e Jason Williamson qui hanno allargato tutto: spazio, rumore, crepe. È il loro lavoro più esteso, più affamato, più rischioso. Non sembra voler dimostrare niente, ed è proprio per questo che colpisce. Dentro ci trovi Sue Tompkins, che non sentivo dai tempi sacri dei Life Without Buildings, Aldous Harding che entra come una corrente d’aria fredda, Liam Bailey con un’anima soul che sa di Nottingham fino al midollo, e Snowy che porta addosso la stessa città come un livido. Tutti pezzi di un mosaico che non cerca armonia, quanto più verità.

Poi c’è The Good Life. Singolo nuovo, ed è strano dirlo, ma anche un po’ una confessione. Dentro ci finisce pure Gwendoline Christie, alla sua prima vera immersione musicale, affiancata ai Big Special, altra creatura delle Midlands. Il video lo dirige Ben Wheatley, uno che non ha mai avuto paura di sporcare l’inquadratura, e si vede. Sembra di guardare delle voci prendere corpo, smettere di essere pensieri e diventare facce.

Questo disco vive di una varietà sonora che gli Sleaford Mods non avevano mai spinto così in là. Non è solo rabbia sputata sul microfono, è anche controllo, scelta, dinamica. “The Demise of Planet X” racconta il presente senza fare il professore. Cerca di osservarlo prendendolo a schiaffi. Lo prende in giro. È un disco che urla, sì, ma lo fa perché sente l’aria farsi più scura, più densa. Forse anche più stupida. È energia pura contro l’appiattimento culturale, contro quel senso di fine che non arriva mai ma intanto logora.

L’idea di fondo sembra quasi devastante nella sua semplicità. La fine del mondo non come botto hollywoodiano, ma come un’alluvione di piccole cose irritanti, inutili e banali. E loro rispondono con tredici pezzi che hanno colori accesi, testi che bruciano e un umorismo che, come sempre, ti prende mentre stai già muovendo la testa. Roba che entra nei piedi prima ancora che nel cervello, e poi resta.

Williamson lo dice chiaramente: questa è una vita vissuta sotto una nuvola enorme di incertezza, modellata da un trauma che non è più solo personale. Se nel disco precedente parlava di stagnazione, di un paese che sembrava già morto, qui quel corpo è stato aperto, devastato da guerra, genocidio, strascichi mentali del Covid. I social, intanto, sono diventati una specie di laboratorio mostruoso, una macchina che deforma tutto. Vivere oggi è come camminare tra le macerie, con addosso un senso di abominio stratificato che ti entra sottopelle. Però non c’è autocompiacimento. Williamson lo dice senza giri. Mentre il mondo va a rotoli non ha senso farsi i complimenti, ma questo disco li soddisfa davvero. Le idee sono vive, la musica va dritta al punto. Vale la pena guardare bene cosa c’è dentro, leggendo l’etichetta e capendo gli ingredienti.

The Good Life è il cuore di tutto questo. Un’apocalisse pubblica che si mescola a una crisi privata. I beat e le linee di Fearn fanno da base alle raffiche verbali di Williamson, che qui torna a colpire la scena musicale con uno dei suoi commenti più feroci. Big Special e Christie diventano le sue voci interne, quelle che litigano, che cercano di rimettere insieme i cocci dopo lo sfogo. È un pezzo che parla del piacere e del dolore di criticare gli altri, del chiedersi perché continui a farlo anche quando sai che ti logora. Godersi la vita o lasciarsi trascinare dal caos. La tensione è tutta lì. Il video rende tutto fisico: quelle voci smettono di essere astratte, diventano persone reali, sotto lo sguardo inquieto di Wheatley.

Il resto del disco non è da meno. Ci sono Megaton, Elitest G.O.A.T. con la voce di Aldous Harding che sembra galleggiare, Bad Santa che affonda i denti nella mascolinità tossica, e la title track che sputa rap con un’energia quasi violenta. Liam Bailey porta un lamento soul in Flood The Zone, Snowy incendia Kill List con barre grime da film horror, e in No Touch tornano a chiamare Sue Tompkins, come se certi fantasmi fosse giusto farli parlare ancora.

The Demise of Planet X” arriva dopo “UK GRIM“, il disco del 2023 che li ha portati al numero tre in classifica UK e li ha messi davanti a un pubblico ancora più grande. Adesso ripartono in tour. E io ho la sensazione che questo non sia solo un nuovo capitolo, ma una specie di diario urlato e scritto mentre tutto intorno continua a scricchiolare.

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