Ya Tseen – Stand on My Shoulders
Recensione del disco “Stand on My Shoulders” (Sub Pop, 2026) di Ya Tseen. A cura di Andrea Ghidorzi.
“Stand On My Shoulders”, il nuovo album di Ya Tseen, è un gesto di continuità, un atto di presenza che attraversa il tempo e la comunità. Dietro il nome Ya Tseen c’è Nicholas Galanin, artista appartenente alla tribù Tlingit di Sitka (Alaska), il cui percorso musicale è inseparabile dalla propria identità culturale e dalla relazione con gli antenati. Il significato stesso del progetto “essere vivi” non è uno slogan, ma nasce da una rinascita fisica, dopo un grave incidente, e si consolida come atto di resistenza e cura dopo la perdita del padre, il bluesman Dave Galanin. Da quel momento, la musica diventa luogo di passaggio: tra dolore e guarigione.
“Stand On My Shoulders” è un album profondamente collettivo. Le numerose collaborazioni, da Meshell Ndegeocello a dreamcastmoe, non funzionano come semplici featuring, ma come presenze reali, voci che si intrecciano in un discorso più ampio sull’amore e la connessione. È un disco che rifiuta l’idea di individualismo creativo e sceglie consapevolmente la coralità.
Musicalmente, Ya Tseen si muove con naturalezza tra soul, elettronica, pop obliquo e suggestioni indie, mantenendo sempre una tensione calda, umana. Le tracce non cercano mai l’effetto immediato: si lasciano attraversare lentamente, come se chiedessero ascolto più che attenzione. Brani come Taste On My Lips o Twilight vibrano di sensualità e malinconia, mentre momenti più intimi come Ixwsiteen (I See You) e Katlian’s Hammer sembrano parlare direttamente alla memoria, personale e collettiva.
La copertina, una stampa tratta da una fotografia del padre di Galanin in abiti tradizionali Tlingit, sintetizza perfettamente il senso dell’album: stare sulle spalle di chi è venuto prima, non come peso, ma come possibilità di visione. Guardare più lontano perché qualcuno, prima, ha tenuto il passo.




