Lovvbömbing! – Piss! Peas! Peace!

Recensione del disco “Piss! Peas! Peace!” (Vina Records, 2026) dei Lovvbömbing!. A cura di Francesco Giordano.

Dopo una fase di avvicinamento scandita dalla pubblicazione dei primi tre singoli e dal posizionamento di President Alien all’interno di playlist editoriali di peso, vede finalmente la luce “PISS! PEAS! PEACE!“, debutto sulla lunga distanza dei Lovvbömbing!. L’album arriva presentandosi come un manifesto sonoro compatto e irruente firmato dalla band cesenate, capace di saldare art punk, psichedelia e garage in una materia sonora nervosa, diretta ed ostinatamente refrattaria a qualsiasi forma di mediazione.

Pubblicato da Vina Records, si impone come un lavoro che mette deliberatamente al centro la fisicità del suono, l’istinto primario e un’urgenza comunicativa che rifugge la levigatura tipica di molta produzione contemporanea. Le dieci tracce che lo compongono sono registrate in presa diretta, tra feedback abrasivi, fuzz slabbrati, delay sghembi e ritmiche incalzanti, restituendo un songwriting che nasce dalla jam, dall’attrito continuo tra i musicisti, e testi che spesso si muovono in prossimità del flusso di coscienza, più evocativi che descrittivi.

Il risultato è un disco insieme ruvido e allucinato, costantemente spinto verso volumi generosi, attraversato da una tensione emotiva che alterna slancio affettivo e sarcasmo corrosivo. Le radici affondano nel garage punk, ma i rami si estendono verso territori psych, dance-punk, noise e hardcore, senza mai perdere una cifra identitaria ironica, provocatoria e consapevole della propria eccessività.

L’apertura è affidata a Esquisito River, brano dance-punk che procede per accumulo. Percussioni fragorose, chitarre nervose dal retrogusto funky e una deviazione improvvisa verso un intermezzo desert rock fanno da sfondo a una voce che racconta amori interminabili e rimorsi diffusi, in una ricerca di pace interiore che appare tanto necessaria quanto instabile. Whyte Rabbyt segue mescolando stoner, polka e psichedelia a slogan, mentre James Pond si configura come un cut-up irrequieto e instabile, dove arte, capitale e pulsioni inconsce si intrecciano in una struttura stratificata, quasi piramidale, sostenuta da un continuo slittamento di generi e riferimenti.

Nel corso della tracklist trovano spazio l’improvvisazione noise di Sydney Weenie, intermezzo nato direttamente in studio, e il caos grottesco di Fajitas (Poliz Navidad), che esplode in una spirale psichedelica esplorando i pensieri deformati e l’istinto violento di un poliziotto. Qui il garage si salda a uno psych rock animato da un’attitudine marcatamente punk. Doodley Doo vira invece verso un garage hard rock sbilenco, un inno alla stranezza che si nutre di liriche nonsense e si risolve in un funk poliritmico e storto, dove la posta in gioco è l’accettazione del proprio io, con tutte le sue idiosincrasie. Atmosfere più cupe, che lambiscono il metal, emergono in Fury, brano che promuove l’amore libero ma si insinua nella mente confusa dell’uomo risentito. In President Alien la satira politica incontra garage punk e psichedelia: un pezzo asciutto, sorprendente, arricchito da effetti sonori di matrice extraterrestre. La deriva cosmica trova piena espressione nell’instrumental Majestic Silver Seas, mentre Telejunkies chiude il disco con un atto di rivolta nichilista e rumorosa, spingendosi quasi fino all’hardcore e negando qualsiasi conforto anche nel breve passaggio emo/post-rock del bridge. Una conclusione feroce, che suona come una sfida apocalittica a ricominciare immediatamente l’ascolto.

PISS! PEAS! PEACE!” è un debutto che privilegia il suono e l’impatto emotivo sopra ogni altra cosa: un disco sporco, libero, vitale, che cattura l’essenza dei Lovvbömbing! e la restituisce senza filtri. Art punk psichedelico con solide radici garage, suonato e vissuto senza compromessi.

L’album è stato anticipato da tre singoli che, insieme ai rispettivi videoclip, compongono la mini-trilogia The Big Alien Come Up, una narrazione “to be continued” concepita e realizzata collettivamente dalla band. Il primo capitolo, Fajitas (Poliz Navidad), racconta la vicenda di un giovane alieno emarginato e perseguitato, costretto alla fuga da un poliziotto per il possesso di sostanze illecite, fino al rovesciamento dei ruoli tra vittima e carnefice. Il secondo episodio, Whyte Rabbyt, prosegue la narrazione mostrando l’alieno, ormai ex poliziotto, nei panni di un predicatore intento a infiammare una folla sempre più aggressiva. La trilogia si conclude con President Alien, in cui l’alieno completa la sua trasformazione sociale. È diventato presidente, vaga libero in un mondo vuoto, finalmente vincitore, padrone del proprio tempo e dei propri desideri.

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