
“Young Loud And Snotty” dei Dead Boys: il trionfo degli impulsi più selvaggi
“Young, Loud and Snotty” sputava nichilismo e volgarità, bruciava di vizio e perdizione e imbottigliava l’ansia e la paranoia di una generazione che sfidava l’inferno.

“Young, Loud and Snotty” sputava nichilismo e volgarità, bruciava di vizio e perdizione e imbottigliava l’ansia e la paranoia di una generazione che sfidava l’inferno.

“Blank Generation” era un bruciante manifesto di un’epoca e di una generazione disorientata alla disperata ricerca di qualcosa con cui riempire il vuoto del titolo.

In “Bone Machine” c’era un’aria da disastro imminente, da fine di tutte le cose, e il grugnito della voce di Tom Waits evocava gli spiriti dei vecchi bluesmen per far loro suonare le trombe del giudizio universale.

Gli Strokes avevano l’arroganza, lo stile e le migliori canzoni del 2001: niente che non avessimo già ascoltato un milione di volte, ma “Is This It” pulsava di una vitalità che ridava al rock il suo destino di musica giovane e ribelle.

“My Aim Is True” era cinico e insolente, ed Elvis Costello si crogiolava nell’ambizione di essere il rocker più irritante del reame.

Rassicurante e maledetta insieme, la popular music di Johnny Cash faceva categoria a se: s’alimentava di solidarietà, rabbia, lividi, tormenti e desideri di vendetta.

Quello degli Echo And The Bunnymen era già il post del post-punk, e le pose glamour del cantante con l’impermeabile anticipavano quello che poi avremmo chiamato britpop.

“Pornography” era uno sfiatatoio d’ansia e dissolutezza, un delirio angosciato denso di suoni, visioni e presagi.

Quello che sembrava il passatempo di un gruppo di ex studenti annoiati, finì col diventare il poster alle pareti nei garages del rock indipendente.

Quando era leggero, non era mai superficiale, quando era pesante, non era mai ossessivo: l’art-rock di “Surfer Rosa” era un faro acceso sul confine fra gli anni Ottanta e il decennio successivo

Tra dildo giganti e papponi del precariato, vicini di casa ubriachi e spacciatori paranoici, vite minime ed emarginati totali, Beck aveva scritto il vademecum della genreless music.

Le canzoni di “Harvest” si allargavano e richiudevano, in bilico tra riflessi dorati e recessi d’ombra, tra la resa e la fuga. “Harvest” era la quiete che precedeva il disastro.

L’ultima notte dei Morphine fu anche la più cupa, e quelle di Mark Sandman sembravano le preghiere di un ex giocatore d’azzardo non troppo sicuro del perdono.

Gli Hüsker Dü erano una rock’n’roll band sull’orlo di una crisi di nervi e “Warehouse: Songs and Stories” abbassava per sempre la saracinesca sulla loro avventura: rimaneva il ruggito innocente di queste venti canzoni e la loro matassa di bellezza e disperazione, di saggezza e follia.

Dentro “Songs Of Leonard Cohen” c’era la docile inquietudine di un beatiful loser che frugava nella tragedia del mistero umano per cercarne lo splendore

Quella dei Blondie fu un’intuizione felicemente ossimorica: riscattare il lato ludico del punk portandolo in discoteca, cosa che ai rockers del tempo dovette sembrare una bestemmia in chiesa.

“Psychocandy” si lasciava sedurre dall’occhiolino dalle consuetudini pop e al tempo stesso le faceva saltare in aria in mille pezzi per poi gettarle in una voragine di allucinata e perversa voluttà.

“Among My Swan” s’affidava alla catarsi dei sogni, era una dolce vertigine di litanie che cristallizzavano il tempo, era vago senza escludere l’intensità. Aveva in sè l’autunno e come orizzonte il mistero.

“The Psychedelic Sounds Of ” preannunciava la grande fioritura del rock psichedelico e con essa la lusinga di indicibili esperienze creative, mistiche ed artistiche.

Riportava indietro le lancette del rock’n’roll saltando molto di quello che nel frattempo era accaduto, e la voce ammiccante e ruffiana di Marc Bolan accarezzava i sogni e le fantasie degli adolescenti con le sue favole surreali ed ambigue, provocando scene d’isteria collettiva come non si vedevano dai tempi dei Fab Four

“Fire Of Love” era ambientato nelle zone più squallide dell’iconografia americana e invocava lo spirito dei vecchi bluesman per farli danzare attorno a un fuoco che era insieme distruzione e purificazione.

“Tidal” strappava le confessioni di una giovane donna per darle in pasto ad un pubblico all’epoca particolarmente bramoso di segreti, bugie e cantautrici con l’anima spezzata

Jack White infilava le proprie visioni nella storia del rock’n’roll per uscirne con disco che aveva persino una fisionomia di modernità .”White Blood Cells” arrivava dritto in faccia, concedeva la parola al passato e dava garanzie sul futuro.

“Farm” era un ritorno al passato, come al solito pieno di raptus elettrici, corde rotte, dita sanguinanti e ritornelli bulimici di struggenti melodie. I Dinosaur Jr. erano ancora la band che aveva stregato Henry Rollins e David Bowie. Tra i tanti.

“Tigermilk” aveva canzoni affacciate sul bordo dell’adolescenza, a volte sussurava innocenza, altre confessava segreti e bugie e spesso ricorreva alle tinte pastello per raccontare il grigio della solitudine