Tra la resa e la fuga: “Harvest” di Neil Young compie 50 anni

Le canzoni di “Harvest” si allargavano e richiudevano, in bilico tra riflessi dorati e recessi d’ombra, tra la resa e la fuga. “Harvest” era la quiete che precedeva il disastro.

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Cinquant’anni di “Harvest“, tondi tondi : nel 1972 non ce ne fu per nessuno, almeno nelle classifiche di vendita, e “Harvest” resta il disco più venduto del grande canadese (non necessariamente il più bello: ma è un’ opinione, of course), quello al quale viene comunemente associato dai meno dentro le cose del rock’n’roll.

Harvest” conteneva la musica più luminosa e rilassata che Neil Young avesse mai scritto e suonato: era l’appendice consolatoria dei presagi disseminati in “After The Goldrush“, l’album che raccontava del buio tra una stella e l’altra e che con “If I Could Only Remember My Name” di David Crosby aveva avviato il crepuscolo del Grande Sogno inaugurando la stagione del riflusso.

Harvest” ne riprendeva le ballate, scontornandole del senso di disillusione per restituirle rilucenti di un pacificato country-rock: l’aria serena dell’ovest ricacciava indietro gli spiriti maligni, anche se dentro la testa di Neil Young restava sempre il rumore di mille uragani. Perlopiù, l’album infondeva una bucolica serenità da bivacco al tramonto tra rocce e deserto e l’ululato lontano dei coyote: senza lo scalpitio degli zoccoli dei Crazy Horse a bruciare la nebbia, Neil Young s’affidò agli Stray Gators, un gruppo di turnisti laureati in musica country & western ai quali durante le registrazione si aggiunsero i brividi della voce della splendida Linda Ronstadt e il tono confidenziale di quella di James Taylor.

David Crosby e Graham Nash passarono per un joint, e già che c’erano si misero al microfono per Are you ready for the country. Impossibilitato a suonare la chitarra elettrica per problemi alla schiena, Neil Young recuperò l’orizzonte acustico dei vecchi trovatori country: un’armonica con licenza di uccidere e la pedal steel di Ben Keith davano subito il tono all’album e scortavano la compiaciuta malinconia di Out On The Weekend, un pezzo che alzava il cielo, celebrava la solitudine e consolidava la figura del loner inseguito dal tormento. Era la preferita di molti, anche se poi il primo premio se lo prendeva la melodia luccicante di Heart Of Gold, numero uno in classifica negli States, in Canada e in Inghilterra, la canzone che portò il country rock di Neil Young anche nelle case di quelli che non amavano il country rock.

Heart Of Gold sapeva di autostrade e gasolio, raccontava di fughe ed assenze e asciugava il rimpianto sotto il sole caldo del West. Nessuno può dire di non averla mai ascoltata, magari per sbaglio. L’unico a cui non piacque fu Bob Dylan, il quale disse che Neil Young aveva deliberatamente esagerato nell’ispirarsi al suo “Nashville Skyline“, che assieme ai dischi dei Flying Burrito Brothers e dei Byrds aveva rifatto il trucco alla musica popolare ( in entrambi c’entrava la genialità di Gram Parsons, l’uomo che s’era inventato la Cosmic American Music).

Harvest” ebbe un successo eclatante, e negli anni portò migliaia di ragazzetti a prendere in mano una chitarra acustica e suonarne le canzoni intorno al fuoco dei falò. Da noi la musica di Neil Young arrivò grazie a trasmissioni radio come “Per Voi Giovani” e “Pop Off”, e a riviste come “Ciao 2001” e “Il Mucchio Selvaggio”, che battezzò il primo numero proprio col canadese in copertina: con settecento lire entrai in un mondo dal quale non sarei più uscito. I grandi spazi evocati da “Harvest” fecero sognare più di una generazione, e pezzi come Old Man e l’assonnata title track erano la scorciatoia per la West Coast. Uno degli arpeggi più celebri della storia del rock apriva le ferite della tristemente profetica The Needle And The Damage Done, piena di inadeguatezza e compassione di fronte al mistero dell’autodistruzione: era per Danny Whitten, chitarrista dei Crazy Horse, per Bruce Berry, il manager di CSN&Y, e per tutti quelli che stavano perdendo il sentiero.

Quando, qualche tempo dopo, Danny Whitten ci restò secco per un’overdose, Neil Young si rifugiò in una prigione di fuoco ad esplorare il vuoto e le assenze: ne uscì con la “ditch trilogy”, tre dischi marchiati dal senso di sconfitta e impotenza, gonfi di rabbia, dolore e sensi di colpa per tutte le navi di legno rovesciate dagli eccessi.

In questo senso,”Harvest“, con la sua moderata serenità da casa nella prateria, era la quiete che precedeva il disastro. A Man Needs A Maid raccontava dell’ossessione per l’attrice Carrie Snodgress che Young aveva visto recitare in “Diario di una casalinga inquieta”, film che le valse peraltro un Golden Globe: era un’intima ballata per pianoforte che il produttore Jack Nitzsche (uno dei tre dell’album assieme a Elliot Mazer e Henry Lewy) appesantì imponendo gli arrangiamenti della London Symphony Orchestra, come pure per There’s a World. L’album tornava nella corsia di sorpasso con la requisitoria antirazzista di Alabama, la cugina di campagna di Southern Man che stava sul disco precedente: la canzone fece incazzare di brutto i Lynyrd Skynyrd che replicarono a Young con la celeberrima Sweet Home Alabam : ” …Bene, ho sentito mister Young cantare di lei, ho sentito il vecchio Neil umiliarla, beh, spero che Neil Young si ricordi che un uomo del sud comunque non ha bisogno di lui….”.

Le canzoni di “Harvest” si allargavano e richiudevano, in bilico tra riflessi dorati e recessi d’ombra, tra la resa e la fuga. Si chiudeva con Words (Between the Lines of Age), canzone che si caricava di quell’elettricità che tanto piaceva a quel gruppo di ribelli che, qualche anno dopo, fecero di Neil Young il santo patrono della propria inquietudine.

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