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M.E.I. FEST 2006 (MEETING ETICHETTE INDIPENDENTI) – Faenza, 24-25-26/11/06

Il MEI, happening di riferimento per il panorama indipendente italiano giunge alla decima edizione. Tre giorni interamente dedicati alla musica, con più di 300 espositori e 250 avvenimenti live, tra dibattiti, concerti e varie performance.
Ma non mancano i problemi.

Per fortuna che c’è Bugo…con Violante Placido

di Piero Merola

Ebbene sì, il MEETING DELLE ETICHETTE INDIPENDENTI è giunto alla decima edizione. Peccato però che non si sia scelto di festeggiare con eventi degni dell’importante anniversario. Tre giorni, dal 24 al 26 novembre, fittissimi di iniziative, conferenze, convegni, presentazioni, ma già ad una prima lettura del programma (per chi è riuscito nell’impresa di capirci qualcosa tra le caotiche sezioni di un sito ufficiale a dir poco inconsultabile) si intuisce la natura di questo MEI 2006. Un’edizione nella norma, senza infamia nà© lode. Insomma, fin dalla prima giornata è chiaro che svetteranno gli eventi collaterali, rispetto a quelli prettamente musicali, i dibattiti che affrontano le importanti tematiche del rapporto tra produzioni italiane e distribuzioni estere o gli incontri culturali, quali l’illuminante excursus storico sul rock indipendente nostrano curata da Enrico De Angelis e Federico Guglielmi. E’ un MEI che apre le porte all’intera gamma di generi del panorama italico, non più solo rock, ma si va dal folk allo ska, dall’hip-hop al jazz passando per il reggae. E’ curioso però notare come manchino all’appello la maggior parte delle band dalla cui natura orgogliosamente indipendente è nata la scena indie italiana. Questo MEI ha un occhio, socchiuso, rivolto alla salvaguardia della dimensione underground e un occhio ben spalancato, che cerca nuovi palcoscenici. Tanto che il proclama telefonico – il tempo ci dirà quanto c’è di retorico e quanto c’è di sincero – di Pippo Baudo (anche qui!) che promette un incontro al fondatore del MEI, Giordano Sangiorgi, per discutere sulla promozione in ambito sanremese delle etichette indipendenti che ormai contano per un 25% nel mercato discografico italiano, pone in secondo piano le esibizioni del giorno. Ben figurano comunque Stefano Bollani e i nuovi Quintorigo con voce al femminile. Accolto come una star dalla platea del suggestivo teatro Masini, com’era prevedibile, il Cisco solista ex-Modena City Ramblers. Teatro Masini che per sabato è riservato all’evento. Il virtuoso John De Leo, ex-Quintorigo, che apre all’inconsueto reading di Gianni Nannini (qualcuno storcerebbe il naso, ma gli esiti sono stati più che passabili), incontrastata star del MEI. Buon per lei, brutto segno per la salute della musica italiana. Non è incoraggiante che si debba ricorrere ancora a certi nomi. Così il premio-MEI come miglior album indipendente va agli Assalti Frontali che sono in giro da oltre quindici anni e, altro esempio eloquente, gli Afterhours, sono premiati nel pomeriggio con l’impegnativa riconoscenza di miglior gruppo del 2006. Siamo d’accordo che sono tra i pochi indipendenti rimasti, siamo altrettanto d’accordo sul fatto che siano stati gli unici a sbarcare negli USA (senza riscuotere grossi successi, senza essere fischiati, da un pubblico che tuttavia non è certamente il più esigente del pianeta nei tempi recenti), ma vista la qualità del mediocre ultimo disco, la prendiamo come un’elargizione al Manuel nazionale, onnipresente quanto Piotta tra i vari tendoni della Fiera di Faenza. Tra foto e autografi è il suo momento, così come per i Baustelle che dal MEI furono lanciati sei anni fa. Più che giusto il riconoscimento all’ottimo Marco Parente come miglior solista, un’artista, contrariamente ai suddetti, in continua evoluzione e ascesa. Su Petra Magoni e Ferruccio Spinetti, miglior tour, preferisco astenermi e rimando il giudizio. Così come astengo commenti sull’Hip Hop Festival, al primo anno di MEI, un’interminabile maratona di rapper italiani. Per fortuna non è il mio campo. Meglio curiosare tra gli oltre trecento espositori di network e case discografiche e, soprattutto, tra i banchetti dei dischi usati, salvo poi rinunciare alla pratica per i prezzi spesso e volentieri gonfiati per l’occasione. Come se non bastasse di per sà© l’eccessivo costo del biglietto d’accesso alla Fiera. A proposito di giovani c’è spazio anche per Andrea Mingardi e la Steve Roger Band. Vivo una piccola crisi esistenziale. E certamente il settore ska della Maninaltro e la festa reggae della Way Out (Faenza a novembre che cerca di diventare il Salento d’agosto è un esperimento ambizioso) non possono farmi stare meglio. Per fortuna che riesco a imbattermi in Marco Notari e nei Circo Fantasma, gli adepti italiani ai leggendari Gun Club. Chiude in allegria, altro contrasto con la nebbia della periferia faentina (sul sito diceva a soli cinque minuti dalla stazione centrale, non era vero, ma per fortuna c’erano le navette, di cui nessuno per altro sapeva l’esistenza prima di arrivare sul posto) l’allegro “ensemble” del Napoli All Star guidato da Almamegretta e 24Grana. Rinuncio in parte ai divertimenti della Notte Light, la notte bianca “indipendente”, per motivi logistici (primo treno utile alle 5.21) e perchè mi attende ancora l’ultima lunga giornata. Cominciando dai premi più importanti, quello come miglior videoclip va a Fabio Luongo, regista di “L’abbandono”, estratto di “C’è gente che deve dormire” dei Marta Sui Tubi. Per quanto riguarda l’etichette trionfa la Urtovox, mentre vanno a Simone Chivilò l’ambitissimo riconoscimento di miglior produttore artistico e a Stefano Senardi quello di miglior produttore discografico. Alla Fiera ci sono pochi motivi di interesse oggi. Le band emergenti sono per lo più di dubbio valore o per lo meno la loro proposta musicale è sembra legata ai clichè del genere di riferimento. Triti e ritrivi. A riprova della crisi di cui sopra. Passeranno dei bei momenti solo i fan degli Zero Assoluto (anche loro lanciati dal MEI, tre anni orsono) e i duri e puri che sfidano una nebbia mistica per assistere al momento più punk della tre-giorni, sotto l’egida di Los Fastidios e Punkreas.
Mentre nello spazio letterario, alla Casa di Booklet, Enrico Brizzi si esibisce, con goffe movenze da rocker introspettivo, in un reading sospinto (e salvato) dagli ottimi Frida X. E’ un MEI da grandi numeri (trentamila presenze complessive) e da nuovi target, grazie all’ottima trovata mediatica del collegamento con “Quelli che il calcio”, ma, paradossalmente la serata di chiusura al Teatro Masini è per pochi intimi o quasi (venti euro per assistere a mini-esibizioni, due pezzi per artista, è quantomeno eccessivo).
Per fortuna che c’è Bugo, vero protagonista della spenta serata faentina. Prima spaventa i passanti, pochi, della deserta Piazza del Popolo, poi si improvvisa “maschera” chiedendo il biglietto a chi, come il sottoscritto, già sottoposto al controllo dell’accredito, cercava di prendere posto, nonostante le ramanzine, vere, della direttrice del teatro e, poco credibili, del socio Giorgio Canali cui rinfaccio la scelta di indossare a teatro una maglia dei Marlene Kuntz con la motivazione che Cristiano Godano e soci non indosserebbero per nessun motivo al mondo, a teatro e non, una maglia dei CSI o dei PGR. Spicca la musica d’autore, da Marco Fabi, promettente cantautore vincitore del Premio Tenco, Riccardo Senigallia e le sue invettive contro l’establishment musicale italiano che, a detta del songwriter e arrangiatore/collaboratore di Max Gazzè, Tiromancino, Niccolo Fabi, premia e lancia band per meriti extramusicali, passando per le morbose atmosfera dei Virginiana Miller. E ovviamente lui, Bugo, che prima duetta unplugged con la svampita Viola(sì, proprio lei, Violante Placido) nell’altrettanto svampita “Amore mio infinito”, ritornello che richiama linee vocali vicine al grande Rino Gaetano, poi dà un saggio delle sue doti nascoste da quel mood tra slacker (scazzato) e cazzone vero e proprio, in una struggente “Millennia” con chitarra e rhodes. Che poi il Beck italiano non sia più un indipendente da un pezzo è un altro discorso oltre che la triste ed ennesima prova dei meccanismi del mercato musicale italiano. In definitiva è stato un MEI in cui l’organizzazione ha fatto tutti gli sforzi possibili per realizzare una manifestazione concreta nei propositi futuri più che la classica rassegna da specchio per le allodole. E’ giusto favorire i canali di promozione per gli emergenti, è lodevole il proposito espresso dal sottosegretario ai Beni Culturali Elena Montecchi di sgravi fiscali per le etichette discografiche che investono in opere prime e seconde di artisti emergenti e per la loro promozione, ma se il livello della musica italiana è quello e quello che è non è solo colpa delle etichette. Nè del MEI.
Piero Merola

Estratto di “Amore mio infinito”, Bugo & Violante Placido

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