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Marlene Kuntz Vs. Afterhours – Sherwood Festival, Padova 12-13 Luglio 2008

Alle volte capita di dover andare contro corrente, di sentirsi in dovere di cantarle di santa ragione a chi, dimenticandosi di se stesso, si è dimenticato di noi che quel “se stesso” lo abbiamo amato, ammirato, adorato, venerato, stretto con forza e assorbito con convinzione nella parte mancina del petto.
Manuel Agnelli si è dimenticato di sè stesso, degli Afterhours e di noi.

Si badi bene, non è la classica deriva psicomusipatica o la spocchiosa ricerca di ascensori e scale mobili per tirarsi su velocemente dalla bassa e scomoda posizione di umile recensore.
Non avrei molto da dire in fondo.Me ne starei lì, a guardare il palco, annotando i pro e i contro di un’esibizione tecnicamente impeccabile che dietro le mie spalle sta perfino scatenando l’euforia generale, annoterei con sufficiente perizia ogni superflua e superficiale impressione, e me ne andrei infine con la faccia di quello che se ne frega, chè i problemi sono altri, chè la musica non può farti così male dentro.

Invece no, la musica fortunatamente non è politica. La musica la fanno ancora le persone.
A volte si perdono, si spengono lentamente, prendono strade che non vorresti imboccassero mai.
Ti sei svegliato una mattina con una sensazione di fottuta rassegnazione nelle orecchie e nel cuore, hai creduto di potercela fare lo stesso, che in fondo sul palco, sotto il palco, tutto si sarebbe potuto sistemare, lo pensavi sul serio, che I Milanesi Ammazzano il Sabato” è solo uno sbaglio, un letale e inaspettato contraccolpo di quel “Ballate per piccole iene” che non ti ha certo entusiasmato, ma cazzo, te l’aveva lasciata una speranza.
Non eri pronto al colpo di grazia, non si è mai pronti quando qualcosa di così grosso ti casca addosso.

Ti sei trovato di colpo ad esser parte non troppo integrante di una nutrita schiera di fans dei Tokio Hotel prestati a tempo indeterminato alla causa Afterhours, branchi di studentelli più o meno cresciuti che applaudono convinti ad ogni gesto o battuta, perfino delle più banali.
“Mi accordo un attimo”, dice Agnelli accordando effettivamente la sua chitarra.
E sotto si scatena un inferno di gridolini, risolini, veri e finti orgasmi, svenimenti.
Cazzo, è il precariato che si fa sentire nella sua natura più maledettamente crudele, nella ricerca di spillette e idoletti musicali, giusto giusto per dimenticare per un’ora tutto il resto.

“Sui giovani d’oggi ci scatarro su”, “Lasciami leccare l’adrenalina”, “Germi” e “1.9.9.6.”.
E’ una partenza della Madonna, dirà e direbbe a buon ragione qualcuno.
Non basta.
Basterebbe in altre circostanze, in altri contesti, in altri Afterhours.
“I Milanesi Ammazzano il Sabato”
non è gli Afterhours.
Potrebbe essere un dignitoso side project di Manuel Agnelli, frastornato ed egocentrico tributo a se stesso, sconvolto e segnato da molteplici esperienze di vita, dalla nascita della prima figlia alla per noi malcapitata amicizia con Greg Dulli.
Gli Afterhours sono in “Quello che non c’è”, in “curo le foglie, saranno forti se riesco ad ignorare che gli alberi son morti”, non in cose come “Tutti gli uomini del presidente”, cantata in falsetto dal bassista Roberto Dell’Era, quasi che lo stesso Agnelli quasi se ne vergognasse.
“Pochi istanti nella lavatrice”, “La Mia Città”, “Riprendere Berlino” sono vuote, sono più che vuote che mai, ma noi qui sotto forse ci siamo dimenticati di tutto, di noi e di loro.
Come quando “Bunjee Jumping” scivola via senza troppa convinzione nel dimenticatoio dei precari cuori di fans a progetto che non sanno proprio più accendersi.

Merda.
Dev’essere uno spaventoso incubo. Un apocalittico incubo, un mostro nascosto sotto il letto che prende le sembianze di Manuel Agnelli e suona “Male di Miele”, da solo, e con la faccia di uno che sembra non averne la minima voglia.
E ti uccide.
É il colpo di grazia, toglie le forze e la voglia di girare le spalle e andarsene.
Perché sarebbe peggio, sarebbe davvero troppo girarsi e guardare dritto negli occhi cosa siamo diventati.
Non lo sopporteresti mai, non sopporteresti mai di vederti riflesso in tanti occhi che la logica vorrebbe in altri luoghi o almeno sotto altri palchi, ma che il tempo, ingrato e crudele come da copione, ha catapultato qui per illuminarsi ed ucciderti definitivamente.

E allora non è per consolarsi, non è per tirarsi un po’ su, non è la debolezza a farci innamorare dei Marlene Kuntz e della loro impeccabile e coraggiosa esibizione della sera successiva.
Si alzano in piedi sulle rovine degli Afterhours tra una colpevole indifferenza generale.Qui sotto solo tanti cuori feriti, che hanno solo bisogno di essere ricuciti.
“Sonica”, “Nuotando nell’aria” e “Ineluttabile” sono cure dolci ed efficaci.

Lo si capisce dall’aria gelida di metà luglio che qui sotto piano piano scompare e lascia spazio al calore talvolta aggressivo delle scariche elettriche che solo Cristiano Godano e compagni sanno incredibilmente generare.
Sanno scuoterci, sanno regalarci emozioni che avevamo quasi dimenticato, sanno essere i Marlene Kuntz senza perdersi in pose da rock star d’altri paesi, d’altri tempi e d’altri pianeti che non esistono.
Sanno essere quello di cui abbiamo bisogno, sono quello di cui abbiamo bisogno.

Alternano il passato (“Lieve”, “La Canzone Che Scrivo Per Te”) e il presente – il nuovo disco “Uno” – senza far pesare troppo le sonorità mutate e ingentilite con il tempo e l’esperienza.
Stupiscono con “Impressioni Di Settembre” della PFM, si prendono il lusso di rivisitare due volte i Beatles (“Come Together” e “Here Come The Sun”), perfino con un pizzico di blasfema lingua italiana, e spiegano il perchè dell’assenza di “Ape Regina” dalla scaletta.
Semplice, in un repertorio di quasi 70 pezzi è normale che qualcosa rimanga fuori.
E non avrebbe proprio senso spezzettarla, tritarla e riproporla in una versione chitarra e voce che non piacerebbe nemmeno allo stesso interprete che, barba incolta e aspetto vagamente messianico, con “La Lira di Narciso”, inaspettato e scintillante dono di mezz’estate, riesce davvero a farci sentire il cielo più vicino.

Nuotiamo nell ‘aria.
É un mondo cattivo.

Lo abbiamo scoperto a nostre spese, siamo caduti e ci siamo fatti male.
Ci rimane solo l’exploit solitario di Luca Bergia, batteria galleggiante su di un mare di feedback, quando sul palco sono rimasti ormai solo i reciproci ringraziamenti.
Ci rimangono i Marlene Kuntz e, dopo tutto, i nostri cuori ricuciti.

Fabio Gallato

Grazie per le foto a streetspirit73

www.afterhours.it

www.marlenekuntz.com

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