Reportage

Zu + Mangia Margot – Unwound, Padova, 23 gennaio 2009

Venerdì 23 gennaio mi sono recato all’Unwound di Padova – un club molto bello ad eccezione del parcheggio selvaggio (ndr) – per la presentazione del nuovo album degli Zu, “Carboniferous”.

Appena entrato do subito uno sguardo al palco e inizio ad avere momenti di panico, sensazione poi condivisa con il resto dei miei amici: un brivido percorre la schiena vedendo strumenti non convenzionali e riportando alla mente un concerto in cui il gruppo spalla ha fatto di tutto per farsi odiare e linciare (non vi dico chi sono).

mangiamargotQuest’impressione svanisce subito quando salgono sul palco i Mangia Margot, un gruppo che mi ha lasciato letteralmente a bocca aperta: basso&effetti vari + batteria. Iniziano a suonare tempi assurdi, al limite dell’umana comprensione (non ho contato un 4/4 per tutti i 30 minuti di esibizione), suoni nuovi escono da strumenti che si sono costruiti assieme ad un amico, ma il tutto è condito da grandissima tecnica e precisione, oltre che di inventiva. Verso metà concerto guardo il mio compagno di viaggio e affermo che siamo di fronte ad un evento: raramente i gruppi spalla mi entusiasmano, ma questi due ragazzi di Vicenza, che definiscono il loro sound come post-math core, hanno veramente conquistato la mia attenzione. Di ispirazione palesemente Zu, i due performer non fanno assolutamente sentire l’assenza della classica chitarra, anzi.
Questo mio “sentimento” è largamente condiviso con gli altri spettatori che applaudono ad ogni giro di batteria o basso e si fanno cenni di assenso l’uno con l’altro. Spero veramente che qualche producer possa contattarli e magari metterli sotto contratto perché rappresentano una luce forte nel buio profondo della scena musicale italiana degli ultimi periodi.

Finita l’esibizione dei Mangia Margot attendo il cambio palco e mi aggiro per il locale per far foto a raffica, quando sento un sibilo molto forte (e devo dire anche fastidioso) provenire dalle casse: capisco subito che è l’introduzione al concerto del main group.

Non divago oltre e torno al concerto.

zu02Per chi non li conoscesse, gli Zu sono un trio “romano de Roma” composto da basso, sax e batteria; il genere è un jazz-core, turbolento ed instabile che se apprezzato diventa fortemente ipnotico. Come dicevo non sono di facile ascolto perché la maggior parte delle persone che li sente per la prima volta o li trova fantastici oppure ha bisogno di un ulteriore approfondimento perché inizialmente sente solo un gran rumore; io appartengo alla seconda categoria, e devo dire però che ora li adoro.

Inizio furibondo, basso che spacca come pochi e le cui sonorità riportano agli effetti usati dai Death From Above 1979, sax che inizia a dare accenti alle note più alte e batteria che inizia a portarti in una spirale psihedelica con ritmi fuori dal comune.

La parte metal del gruppo è scandita dal basso, che crea veri e propri muri di suono che ti vengono sparati in faccia come si fa con gli omini dei crash test, la batteria porta i cambi e le armonie degne dei migliori jazzisti del pianeta e il sax che esce inaspettato quanto un riff punk in una canzone heavy metal.

zu03La capacità di questo gruppo di cambiare tempo e metriche in pochi secondi durante una canzone è un qualcosa di indescrivibile. Come però dicevo nel titolo, è musica abbastanza complicata, che ti disorienta, ti frulla e alla fine ti porta in una spirale dove ti trovi a chiederti se al prossimo live eseguiranno i pezzi come questa volta o cambiando qualcosa, tanta sembra l’improvvisazione. Gli Zu sono animali da palco, e l’hanno dimostrato in questo concerto, anzi in questo vortice di suoni ed emozioni, dove il basso svolge la funzione di martellare e cullare (sopperendo così alla mancanza della chitarra) e la batteria è libera di inventare, uscire dagli schemi  che solitamente uno ha nella testa quando ascolta un qual si voglia brano; il sax, beh.. produce accenti e toni e contro-risposte al basso quando meno te lo aspetti.

Nei pezzi del nuovo album eseguiti in questo live, sento una lieve variazione verso il metal rispetto ai precedenti, ma il cuore jazz sottintende comunque l’animo di questo gruppo, come si è sentito quando hanno eseguito “Carbon”: l’apparente assenza di logica ritmico/sonora se ascoltata bene diventa precisione nei fraseggi con tentativi, riusciti, di allontanarsi da qualsivoglia ridondanza sonora; quest’ultimo punto è uno dei capisaldi degli Zu.. in una stessa canzone non troverai mai un giro uguale, anche se a “primo orecchio” può sembrare.

Consiglio, infine, a chi ha la possibilità, di andare a vedere questo gruppo perché, anche se a prima botta non può piacere, lascia sicuramente un qualcosa dentro ognuno che stimola curiosità e soprattutto fa apprezzare la musica che esce dagli schemi ormai convenzionali che rendono questi ultimi periodi veramente piatti.

Enrico Pavan

www.zuism.com

www.myspace.com/mangiamargot

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