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AFTERHOURS + LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA – Sherwood Festival, Padova, 4 luglio 2009

leluciSupportati dal sempre valido Vasco Brondi, che con 5 canzoni aiutato da violoncellista/chitarrista rumorista e Rodrigo d’Erasmo degli Afterhours al violino, riempie una mezz’oretta piuttosto godibile nonostante la pioggia e gli ombrelli tutti aperti che coprono il palco tra gli insulti dei più incazzosi.

L’attesa non è troppa, e Manuel Agnelli sale sul palco da solo. Al piano esegue una Dove si Va da Qui, tratta dall’ultimo disco, piuttosto bene, con l’esplosione finale aiutata dall’ingresso degli altri membri (e un sostituto di Dell’Era ammalato al basso). Non c’è tempo per tanti convenevoli e parte Il Paese E’ Reale, il pezzo sanremese, ma l’avevamo già visto in TV, non è uno di quei pezzi che rende particolarmente bene, sebbene un Manuel in forma sembra prendere le note alte senza particolare fatica. Da lì in poi la scaletta prosegue tra alti e bassi toccando numerosi brani del combo melodico Ballate per Piccole Iene/I Milanesi Ammazzano il Sabato (le più riuscite e più after3coinvolgenti live sono sicuramente Il Sangue di Giuda e Ci Sono Molti Modi, sempre fantastiche), e con veramente pochissime perle dai primi tre lavori. Regalano una bella versione di L’Estate e fanno scoppiare il classico coro del pubblico in Voglio una Pelle Splendida, ma anche in pezzi come Bye Bye Bombay ed E’ Solo Febbre. Veramente evitabile la cover di Shipbuilding di Elvis Costello. Concerto tutto sommato completo ma corto rispetto ai loro standard, complice anche la pioggia che non ha lasciato in pace nemmeno i musicisti (e sappiamo che l’umore di Manuel si altera facilmente).

Gli alti e i bassi degli Afterhours c’erano tutti in questo concerto, ma se manca la potenza che negli anni ’90 trasudava da ogni nota non manca certo la componente emozionale e sensuale, complici i testi (come Milano Circonvallazione Esterna, Tutto Domani, Sulle Labbra) e l’interpretazione magistrale di un Agnelli tornato in forma dopo il periodo 2006-2007 piuttosto trascurabile per quanto riguarda le performance alla voce. Un pubblico coinvolto sia nei momenti strappalacrime che in quelli più energici di Lasciami Leccare l’Adrenalina non va di certo a casa con l’amaro after2in bocca, anche se tutti si aspettavano qualche gemma dal primo disco, Germi, che invece è rimasto completamente fuori scaletta. Dal punto di vista tecnico da notare la notevole bravura, anche scenica, del violinista, la sempre potente voce di Manuel e invece il declino continuo di Giorgio Prette non più in forma come ai tempi sebbene dotato di uno stile personale che se cambiato toglierebbe molto agli Afterhours. Un marchio di fabbrica per i suoi ritmi semplici ma dallo stile unico.

Gli Afterhours dopo più  di 20 anni di attività sono sempre in forma, ed un concerto vale sempre la pena. Ci si chiede solo se non bisognerebbe rinominarli Manuel Agnelli & gli Afterhours o qualcosa del genere, però restano sempre una delle migliori realtà in Italia.

a cura di Emanuele Brizzante


after1Gli eroi sono invecchiati. Ce ne rendiamo conto subito, tra gli ombrelli e le ragazzine in adorazione. Sembra di stare a un Mtv Day in miniatura. Solo che lì davanti non ci sono i Lost o i Finley, ci sono gli Afterhours, eroi delle nostre gioventù passate o ancora in corso, eroi della scena rock italiana, che da loro ha preso tanto, ora anche le distanze, eroi in decadenza, affogati nella più profonda autocelebrazione che mai come oggi fa rima con successo.
Un successo ormai più grande di noi che li abbiamo adorati, un successo meritato, certamente, un successo che forse non volevano e non volevamo. Un successo che, alla luce dei fatti, potrebbe suonare come una sinistra uscita di scena in grande stile.
É pur sempre questione di punti di vista, lo stile.
É difficile, per quanto mi riguarda, trovarlo in un Manuel Agnelli sempre più solo e unico centro delle attenzioni. Comincia il concerto da solo, diletta e si diletta con cover di cui non sentiremmo certo la mancanza (sono lontani i tempi di De Andrè o Rino Gaetano), suona pezzi vecchi (“Male di miele”, “Lasciami leccare l’adrenalina”) come fossero un fastidioso contentino per i fans che non hanno visto l’ultimo festival di San Remo e, tristemente parlando, risulta essere la brutta copia di se stesso, una sorta di tributo mal riuscito a un passato sfavillante, abbandonato a più riprese e riportato qualche volta in scena più per un’offensiva necessità che per sincera passione.
Lo show degli Afterhours è quindi tutto qui: un prevedibile esercizietto musicale, impeccabile per chi li conosce solo superficialmente, deludente per chi in loro ha da sempre riposto passioni e sentimenti tristemente mal ricambiati.
É come se tutto fosse studiato per non far male, per lasciare la scena a un Agnelli sempre più leader e imprenditore di se stesso, come se il resto – la batteria di Prette fagocitata e ridotta a mediocre accompagnamento, la chitarra silenziosa di Ciccarelli e la contabilità dei vari turnisti – fosse un misero contorno, trascurabile e superfluo.
Eppure ci fa male, nel profondo.
Sembra essere il periodo migliore per gli Afterhours, quanto a pubblico e popolarità.
Io preferirei semplicemente tornare indietro.

a cura di Fabio Gallato

foto di Eleonora Verri

www.afterhours.it

www.leluci.net

www.sherwood.it

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