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Patrick Wolf – Festival della Creatività, Firenze, 15 ottobre 2009

patrickwolf1Le teorie di psicologia del lavoro ci ricordano come il caos creativo rappresenti una fonte di confusione sul luogo di lavoro stesso. Dicasi fluttuazione. Si tratta di ciò  che rompe la routine, le abitudini e i quadri cognitivi di riferimento, costringendo gli individui a mettere in discussione i propri atteggiamenti di fondo.

La musica di Patrick Wolf è tutto questo e molto di più. L’ex-enfant prodige del pop (ormai non più tanto enfant) ha saputo forgiare, nell’arco di quattro album, un’irresistibile miscela sonora di pop, folk, rock ed electro, naturale conseguenza  degli studi da polistrumentista e del fatto di essere vissuto nella Londra degli anni ‘90. L’approdo (temporaneo) di questo ideale percorso musicale, iniziato nel 2003 con “Lycanthropy”, è rappresentato dal complesso “The Bachelor”, una summa della variegata produzione wolfiana. Un’opera che richiede più ascolti per essere compresa a pieno nella sua saturazione. Paccottiglia kitsch sovraprodotta che si rivela poco a poco nella sua coerente varietà stilistica. Ed è un piccolo miracolo di cantautorato moderno: originale, ispirato e atipico.

Il novello Peter Pan dell’epoca postmoderna si esibisce nell’ambito del Festival della Creatività di Firenze: l’esibizione, patrickwolf5prevista per le 22, inizia con circa un’ora di ritardo. Come si confà alle grandi star, il buon Patrizio si fa attendere. Un’attesa che, va premesso fin da subito, viene ampiamente ripagata.

Abbigliato da impenitente libertino barocco, ossigenato e truccato, Mr. Wolf affida l’apertura alla litanica “Who Will?”. I musicisti di supporto, un batterista, una violoncellista, un bassista e uno smanettone addetto ai synth ed effetti vari, riempiono il palco, ma a svettare è la vibrante intensità della voce del nostro.

Direttamente dal colorato bozzetto pop “The Magic Postion” arriva il crescendo armonico di “The Bluebell” che introduce l’epica di “Bluebells”. “Damaris” è il pezzo che chiude un ideale trittico d’apertura sorprendentemente sognante e raffinato, in aperto contrasto con l’eccentricità a cui l’artista ci ha da sempre abituato.

Ci pensa “The Bachelor”, con le sue atmosfere da baccanale nordico, a riportare tutti con i piedi per terra. L’assenza della voce androgina di Eliza Carthy (presente su disco), non intacca minimamente il fascino di questa caotica fiaba medievale, dove il piano e il violino interpretano il ruolo dei padroni di casa. Giusto il tempo di riprendere fiato ed ecco che Wolf imbraccia la chitarra elettrica per eseguire una inusuale versione rock di “Tristan”, secondo estratto del sorprendente “Wind in the Wires” del 2005: la cavalcata febbrile sorretta dal cantato spezzato e a sussulti è un urlo liberatorio tanto che anche il pubblico, in un paio di situazioni, si ritroverà a cantare a squarciagola il ritornello senza neanche rendersene troppo conto.

Arriva il tempo di una papatrickwolf3usa e anche Patrick Wolf ci tiene a dire la sua circa la dilagante omofobia, forse proprio in quanto vittima di un episodio di violenza accaduto durante un concerto di Madonna, stando alla sue stesse dichiarazioni rilasciate al magazine musicale EQ. L’artista prende a pretesto una domanda postagli da un giornalista prima dell’inizio del concerto per lanciarsi in una filippica sulla libertà d’amare in tutte le sue forme. L’intervento rappresenta il ponte ideale verso la rabbiosa “Battle”. Lo zampino della produzione di Alec Empire (ex-Atari Teenage Riot) si manifesta qui in maniera preponderante: andamento industrial e batteria metal vanno di pari passo con uno dei testi più esplicitamente diretti di Wolf, un vero e proprio grido di battaglia contro l’esercito dei conservatori e dei perbenisti. La lunga coda elettronica del pezzo sfocia nelle “glitch-erie giocattolose” alla Múm di “The Stars” ed è di nuovo incanto. Le partiture cariche di malinconia notturna che si sovrappongono al suono delicato del violino e alla voce soffusa dell’artista rapiscono la mente del pubblico al punto che, in più di una occasione durante l’esecuzione del pezzo, si lascia andare ad applausi sinceri e fragorosi.

“Paris” è l’unico residuo dell’esordio, quaspatrickwolf2i a volere sottolineare il fatto che ormai sono lontani i tempi del “licantropo”: più un nostalgico omaggio al passato che non un’effettiva esigenza/urgenza artistico-espressiva. Il ragazzino è divenuto un’artista maturo, un individuo consapevole delle proprie virtù (vocali) e dei propri limiti (umani), ma non per questo ha rinunciato a combattere. Perciò, “Hard Times” rappresenta il manifesto del Patrick Wolf di oggi. Ritornello killer per una pop song irresistibile, con la medesima capacità di rompere le linee di una falange greca, all’apparenza innocua ma con una complessa stratificazione interna. Il pubblico, dunque, non può fare a meno di muoversi e l’attacco di “Like a Virgin” di Madonna, con Wolf seduto al piano, non sorte nessun altro effetto se non quello di aumentare l’agitazione sotto al palco. “The Magic Position” è un ulteriore proiettile sparato direttamente in faccia a un pubblico, già caduto vittima di questo inarrestabile sortilegio sonoro.

patrickwolf4Il finale, accompagnato dal terzo cambio d’abito della serata, arriva con la nube solforosa che si porta dietro “Vulture”, pezzo sintetico e tamarro, cibernetico e luciferino, disallineato rispetto al tono generale della serata ma non per questo fuori posto. Anzi. Viene da dire che alla fine ciò che è mancata è stata proprio un’uscita trionfale, all’altezza del pezzo conclusivo e delle varie ed assortite trovate a cui ci ha ormai abituato questo dinoccolato menestrello dalle mille facce. Peccato. Magari saremmo potuti essere qui a parlare circa la nuova trasformazione di Patrick Wolf. O magari, non ci resta altro da fare che attendere l’uscita di “The Conqueror” per vedere quali altre trovate avrà studiato il nostro per lasciarci nuovamente a bocca aperta. Come in questa entusiasmante serata.

A cura di Marco Luchini

Foto di Alessio Mariottini

www.patrickwolf.com

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