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Daniele Luttazzi – Fucina Controvento, Marghera (VE), 27 novembre 2009

luttazzi1Quanto al Daniele Luttazzi comico c’è poco da dire. Sappiamo già tutto della sua geniale irriverenza e della sua satira grottesca, acuta e intelligente.
É rispetto al Daniele Luttazzi musicista che le cose si fanno complicate, diverse e, perchè no?, anche affascinanti.
La premessa è quindi doverosa.

É la fine degli anni ’70 e, anche in Italia, imperversano new wave e Talking Heads, un modo nuovo di (s)muovere arti e cervelli, musica per ballare e per capire. Daniele Luttazzi muove i suoi primi passi nel complicato mondo della satira politica, nient’altro che qualche amatoriale e appassionata collaborazione con qualche foglietto semisconosciuto. Nel frattempo fonda una band, gli Ze Endoten Control’s, con la quale compone diversi pezzi intrisi e bagnati a fondo da quella nuova benefica ondata.
Con il tempo, le cose hanno preso la strada che sappiamo, la musica si è piegata alla genialità satirica del Luttazzi comico, gli Ze Endoten Control’s si sono persi tra battute al vetriolo e immagini gran poco metaforiche. Le canzoni no, quelle sono rimaste impresse nella testa del Luttazzi musicista che, anzi, tra uno spettacolo e l’altro, tra un editto e l’altro, trova il tempo di comporne di nuove.
Finiscono tutte, tra un quieto stupore, in un disluttazzi2co, “Money For Dope”, una sorta di concept lungo vent’anni e tristemente dedicato all’epopea dell’eroina in Romagna. Ci si stupisce per due motivi. Nessuno si aspettava un Luttazzi musicista, e soprattutto, nessuno si aspettava un Luttazzi musicista di questo livello. “Money For Dope” è un disco sorprendente, ricco di sfumature e contenuti, lontani anni luce dal Luttazzi comico che conoscono tutti. Musicalmente parlando, si naviga in una sorta di (quasi) spensierato revival dance, in bilico tra Broadway e new wave, come a voler scacciare per un po’ il bieco ricordo di un’intera generazione falcidiata troppo presto. La sorpresa è totale quando alla fine, dopo 9 pezzi di apparente buon umore, la title-track, scritta nel 1979, piomba addosso con la sua minimale, micidiale e ipnotica malinconia. Come a ricordare che per far fuori un percorso allegro e gioioso, basta davvero poco.

Ecco, il Luttazzi che, con 3 ottimi compagni e musicisti, sale sul palco della Fucina Controvento, è il Luttazzi musicista, finalmente deciso a proporreluttazzi3 dal vivo il repertorio già proposto con fortuna in “Money For Dope”.
Lo show, per forza di cose, si basa quasi interamente sull’unico disco “Money For Dope”. Luttazzi introduce ogni brano con una breve spiegazione, citando parti del testo e definendo le motivazioni principali che ne hanno favorito la scrittura.
Da “Vienna Vienna” a “Doom” (con tanto di chiusura noise), da “Silence” a “Something Fantastic”, i pezzi scorrono via leggeri e senza troppi intoppi. La band che accompagna Luttazzi è navigata, esperta, versatile e professionale. Suona senza sbavature e con una perizia invidiabile. Dal canto suo, il buon Daniele, si destreggia un po’ impacciato in una situazione che forse non è ancora totalmente sua.
Il pubblico sembra gradire, ma è solo una prima apparenza. Del folto gruppo che seguiva con attenzione i primi brani, al momento della chiusura, come nel disco, con “Money For Dope” (anche qui il pezzo migliore della serata), non rimangono che pochi volenterosi superstiti.
La ragione di questo afflusso al contrario non è però da ricercare nel campo musicale. Non è la prestazione non impeccabile ma comunque onesta e apprezzabile di Luttazzi, non è un repertorio che, nonostante la bontà, risulta in fondo un po’ ripetitivo, non è una semplice e ragioluttazzi4nevole questione di gusti musicali.
A portare la gente anzi tempo verso l’uscita, è piuttosto il fatto che sul palco non c’è il Luttazzi comico che tutti conoscono. Ci si aspettava la consueta sfilza di battute umoristiche su di una situazione politica che di colpo sembra interessare con impressionante puntualità tutti gli avventori della Fucina Controvento. E invece Luttazzi, sia dato alle fiamme, non ha fatto altro che cercare di esprimere senza inganni la sua parte artistica meno conosciuta.

Forse è una questione di chiusura mentale: ci piacciono le cose semplici e scontate; le novità, i lati nascosti di personaggi noti ci disarmano, ci innervosiscono. Chiedevamo un giullare, qualcuno che facesse ridere a comando, senza pensare a musica, arte o baggianate del genere.
Quello che ci rimane è soltanto una brutta figura, nostra e solo nostra.
Perchè Daniele Luttazzi non è un giullare, nemmeno quando fa ridere nei teatri.

a cura di Fabio Gallato

foto di Gloria Brusamento

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