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How To Destroy Angels – How To Destroy Angels

2010 - The Null Corporation
experimental/electronica

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Tracklist

1.The space in between
2.Parasite
3.Fur lined
4.BBB
5.The believers

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Arms entwined in a final pose
Narrative drawing to a close
Still remain the things we couldn’t kill
In your eyes I can see it still

E’ più che naturale che il progetto How to destroy angels sia un’estensione di quello che erano, e sono tuttora, i Nine inch nails. Le sonorità e il grado emozionale sono gli stessi e più che della bellissima e quasi sofferente voce di Maryqueen Maandig ci si meraviglia dell’alto livello di conservazione che il genio del nostro tempo, Mr. Trent Reznor, riesce a tenere anche fuori dalle attività con i NIN.

Devo riconoscere che in questo caso, a differenza di tutti i suoi precedenti lavori, mi è più difficile giudicare nel complesso, proprio perché abituato a leggere questo tipo di ritmiche combinate con la voce di Reznor, e la differenza, anche se può sembrare una stupidaggine, è abissale e mi mette davanti ad un bivio dalla scelta complicata; è Reznor che da il tocco in più al lavoro o è la voce della Maandig che trasforma il tutto ed eleva un gradino più su le strutture dei pezzi. Non è realistico che ci si trovi sempre a lodare un genio, è chiaro e assodato il fatto che da una parte ci deve essere una pecca, una crepa. Mi sembrava di averne vista più di una ai tempi di With Teeth ma, come accade per un alunno che deve essere rimesso in riga, venni immediatamente smentito dal mostruoso livello tecnico del successivo The Slip e non so quanto questo omonimo possa reggere il confronto. Non è dovuta la cosa, intendiamoci, si può guardare il prodotto con occhio nettamente differente, a patto che non si sia dei grandi fanatici dei NIN e che quindi non si abbia quel tipo di assuefazione. Di per se, bisogna ammettere, il disco non ha niente di eccezionale oltre alla pochezza del numero dei brani il tutto può essere visto anche come una prova, come quando si mette su una band e si sperimenta il tutto nelle prime session in saletta. Non vuole essere una giustificazione a nulla e se mi dilungo così tanto sulle frivolezze è proprio per cercare di prendere il punto della questione e per voler sdoganare il prodotto senza esaltarlo troppo o criticarlo eccessivamente accusando la mente di Trent di alto tradimento alla causa dei NIN “ad ogni costo”.

Il punto può essere identificato in un dubbio che mi corrode la colonna vertebrale e che salirà su, sicuramente, fino al cervello: se The space in between fosse stata inserita in un album dei Nine inch nails, cantata da Reznor sarebbe o no diventata il più grande capolavoro del gruppo? Più di Hurt o di The day the world went away? Ovviamente no! Sacrilegio! Come si può solo lontanamente ipotizzare una cosa del genere? Eppure il confezionamento del pezzo può far salire qualche remora e dare adito a dubbi a riguardo, perch& eacute; quel momento di assoluta profondità e cupo lirismo che mi è sembrato giusto evidenziare in introduzione alla recensione ha pochi eguali in qualsiasi produzione dei NIN e il fatto che intorno ad esso ci sia più o meno il vuoto potrebbe ingannare più di qualche critico espertone, proprio come forse sta facendo con il sottoscritto, il condizionale ovviamente è d’obbligo.

Se non pronuncio una sola parola sugli altri quattro pezzi dell’EP è probabilmente per lo stesso motivo che mi spinge a credere di aver appena ascoltato il miglior brano mai creato da questo genio che non finisce mai di stupirmi. Come si distrugge un genio?

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