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David Sylvian – Died In The Wool

2011 - Samadhisound
rock/avantgarde

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Tracklist

Cd 1
1.Small Metal Gods
2.Died In The Wool
3.I Should Not Dare
4.Random Acts Of Senseless Violence
5.A Certain Slant Of Light
6.Anomaly At Taw Head
7.Snow White In Appalachia
8.Emily Dickinson
9.The Greatest Living Englishman (Coda)
10.Anomaly At Taw Head (A Haunting)
11.Manafon
12.The Last Days Of December
Cd 2
1. When We Return You Won't Recognize Us

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Dopo la collection di collaborazioni illustri (Robert Fripp, Ryuichi Sakamoto, Bill Nelson, Holger Czukay) presentate lo scorso anno con “Sleepwalkers”, l’ex-Japan David Sylvian (al secolo David Alan Batt) torna a farsi sentire con questo “Died in the Wool”, progetto che va a rileggere, riarrangiare e ristrutturare brani presenti su “Manafon” (2009), restituendone una nuova versione che è, a tutti gli effetti, un nuovo album.

La tracklist si compone di una mezza dozzina di canzoni provenienti dal citato album, e altrettante nate direttamente in sede di registrazione. Oltre al singer, il personale coinvolto in questa release è formato dal compositore giapponese Dan Fujikura, dal chitarrista austriaco Christian Fennesz e dal tastierista scandinavo Ståle Storløkken, nonché dai preziosi producers Bang e Honoré.
Il risultato è un lavoro dal sound ricco, corposo e stratificato, nel quale il calore che la registrazione trasmette azzera le distanze esecutore/ascoltatore, instaurando un non-luogo, spazio mentale e artistico nel quale la comunicazione propria di quest’album, apparentemente minimalista e sommesso, si compie in tutta la sua intensità.
Ed è un’intensità emotiva, ma supportata da un background intellettuale/culturale non indifferente, come ben esprime la natura del secondo CD, “When We Return You Won’t Recognise Us”, contenente il materiale, finora inedito, dell’installazione artistica realizzata dal musicista e presentata alla Biennale delle Canarie 2008-2009, ispirata a una ricerca genetica svolta nel 2003 sul ceppo aborigeno delle isole.
Musicalmente parlando siamo come sempre nel mutevole territorio intimista e avanguardistico che Sylvian calca ormai da anni (di certo dal 1987, anno del capolavoro “Secrets Of The Beehive”), giustapponendo toni prettamente cantautorali a derive jazz, strutture ambient ed elegiache aperture folk.

Rispetto al primogenito “Manafon”, questa seconda incarnazione “Died in the Wool” punta meno sull’ossessiva ricerca dell’essenziale, privilegiando un approccio più disteso e rotondo, di cui resta comunque difficile stabilire il valore oggettivo di fondo, ma che di certo rappresenta un ulteriore tassello della personalità artistica di Sylvian, autore sempre enigmatico e per certi versi insondabile, ma sempre perfettamente consapevole del suo operato sulla materia musicale.

 

Dopo la collection di collaborazioni illustri (Robert Fripp, Ryuichi Sakamoto, Bill Nelson, Holger Czukay) presentate lo scorso anno con “Sleepwalkers”, l’ex-Japan David Sylvian (al secolo David Alan Batt) torna a farsi sentire con questo “Died in the Wool”, progetto che va a rileggere, riarrangiare e ristrutturare brani presenti su “Manafon” (2009), restituendone una nuova versione che è, a tutti gli effetti, un nuovo album.

La tracklist si compone di una mezza dozzina di canzoni provenienti dal citato album, e altrettante nate direttamente in sede di registrazione. Oltre al singer, il personale coinvolto in questa release è formato dal compositore giapponese Dan Fujikura, dal chitarrista austriaco Christian Fennesz e dal tastierista scandinavo Ståle Storløkken, nonché dai preziosi producers Bang e Honoré.

Il risultato è un lavoro dal sound ricco, corposo e stratificato, nel quale il calore che la registrazione trasmette azzera le distanze esecutore/ascoltatore, instaurando un non-luogo, spazio mentale e artistico nel quale la comunicazione propria di quest’album, apparentemente minimalista e sommesso, si compie in tutta la sua intensità.

Ed è un’intensità emotiva, ma supportata da un background intellettuale/culturale non indifferente, come ben esprime la natura del secondo CD, “When We Return You Won’t Recognise Us”, contenente il materiale, finora inedito, dell’installazione artistica realizzata dal musicista e presentata alla Biennale delle Canarie 2008-2009, ispirata a una ricerca genetica svolta nel 2003 sul ceppo aborigeno delle isole.

Musicalmente parlando siamo come sempre nel mutevole territorio intimista e avanguardistico che Sylvian calca ormai da anni (di certo dal 1987, anno del capolavoro “Secrets Of The Beehive”), giustapponendo toni prettamente cantautorali a derive jazz, strutture ambient ed elegiache aperture folk.

Rispetto al primogenito “Manafon”, questa seconda incarnazione “Died in the Wool” punta meno sull’ossessiva ricerca dell’essenziale, privilegiando un approccio più disteso e rotondo, di cui resta comunque difficile stabilire il valore oggettivo di fondo, ma che di certo rappresenta un ulteriore tassello della personalità artistica di Sylvian, autore sempre enigmatico e per certi versi insondabile, ma sempre perfettamente consapevole del suo operato sulla materia musicale.

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