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Neo – Neoclassico

2011 - Megasound
jazz/sperimentale

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Tracklist

1. Invenzione n. 1
2. Il Dente Del Pregiudizio
3. Mechanical Disfunction
4. Good Morning
5. Invenzione n. 2
6. Unjustified Restrictions
7. FF FF
8. La Sindrome Di Erode
9. Invenzione n. 3
10. Lo Iodio
11. Ruins Soup
12. Blues
13. Invenzione n. 4

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Continua il folle e squisito eloquio “senza dire una parola” dei Neo, fatto di botta e risposta al fulmicotone memori dei dialoghi free di Coltrane, centrifugato per l’occasione dal John Zorn più sornione e stirato dalla nerboruta irruenza tutta –core degli Zu.

Basterebbe solo questo ad ingolosire la collezione discografica di molti, ma qui ci si trova davanti ad un disco barocco, più che neoclassico, intriso d’una molteplicità d’elementi così ben incastrati, calibrati ed orchestrati da far dimenticare qualsiasi catastrofismo made by Maya e trascinare noi tutti in un’Apocalisse di jazzcore a due voci, uno stream of consciusness cervellotico tra il sax tenore di Conti e la chitarra di Maresca (vedi alla voce Squartet), sapientemente cadenzate dalle percussioni di Zitarelli (eccola la sezione ritmica degli Zu). Un disco pieno zeppo (o Zappa?) di scatti nevrotici e stranianti cambi di tempo, su cui si innestano forse in maniera provocatoria quattro delicate “invenzioni” ispirate ed adattate a partire da Bach, che si fanno delizioso intermezzo, ossimoro ma anche snodo concettuale fra le tracce dell’albo. L’iniziale punta di diamante “Il Dente del Pregiudizio” è una dichiarazione d’intenti subito tradita dalla verve totalmente free del combo; “Good Morning” e “Ruins Soup” hanno un funky groove da poliziottesco italico anni Settanta, “Unjustified Restriction” è un freak-noir irresistibile, “La Sindrome di Erode” ha un piglio più “igneo” mentre “Lo Iodio” si fa più cullante col suo free-sax dall’incedere distensivo e “Blues” tradisce una sei corde debitrice anche ai diavoli blu in un ricamo che si dirada del finale. I saliscendi ubriacanti, i vuoti d’aria di un disco costantemente sull’orlo d’una crisi di nervi, le diradate incursioni rumoristiche completano un quadro astratto che merita, partendo dalla (neo)classica Capitale, di approdare a vetrine internazionali.

Approccio ludico subordinato ad estatica genialità, entropia strumentale che vive ai margini del jazz e fuoriesce intransigente dal tubetto di dentifricio che capeggia in copertina, il flusso mai domo d’un disco in cui non si canta, non si balla, si gode.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=-IJNQc28hGg[/youtube]

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