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Gonjasufi – MU.ZZ.LE.

2012 - Warp
dub/lo-fi

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Tracklist

1. White Picket Fence
2. Feedin' Birds
3. Nikels And Dimes
4. Rubberband
5. Venom
6. Timeout
7. Skin
8. The Blame
9. Blaksuit
10. Sniffin'

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Insegnante di yoga a Las Vegas, passato dai sobborghi in tumulto della Los Angeles anni Novanta (col mantra “Freedom” dei Rage Against the Machines in endovena) all’ascetismo sufi nel deserto del Nevada (con la folk-psichedelia dei Tinariwen e i trip desertici dei Gong di Shamal a cullare l’Illuminazione post-ganja), Sumach Valentine approda ad un Nirvana decisamente unico coadiuvato dall’incontro con l’elettronica, che lo porta ad intraprendere, all’alba del decennio, quell’esaltante viaggio a ritroso lungo le sabbie del tempo che è stato A Sufi and a Killer: Sumach diventa Gonjasufi, lo sciamano languido e meticcio che il nuovo millennio stava aspettando, scovato dalla Warp Record nell’angolo multiculturale d’un futuro remoto ed affiancato da produttori sacri dell’elettronica odierna, che si fanno Re Magi del primo parto della mente di Valentine. Il punto di incontro tra la Giamaica rasta-roots di Bob Marley, le psicosi electro-outsider del Beck di Mellowgold, l’irruenza hardcore dei Bad Brains e molto altro, in un olistico calderone di spezie etniche dove il tutto è maggiore della somma delle singole parti.

Il percorso che ha portato alla seconda attesissima fatica di Gonjasufi non è stato però privo di ombre: i fischi portati a casa (con tanto di controversie su facebook) dopo un imbarazzante tour che ha palesato un’espressione dal vivo decisamente non all’altezza delle squisitezze lo-fi su disco e un’EP di transizione (*ndr The Ninth Inning) leggermente sottotono che sembrava indirizzare il Sufi verso lidi hip hop meno intensi di quelli cui ci aveva abituato, destano qualche inevitabile perplessità agli occhi dei “discepoli”.
Se per un nuovo confronto live bisogna attendere eventuali trasferte europee, i timori di cali di tensione (o peggio black out totali) che insidiavano il rebus MU.ZZ.LE vengono abbondantemente (o almeno in parte) smentiti: l’album si configura come un “EP allungato”, non più d’una mezzora di oppiaceo abbandono al Verbo Sufi, che pur non bissando neanche lontanamente le pagine dorate dell’esordio, ne continua il discorso, in una involuzione che non è da considerarsi come passo indietro, bensì come stasi transitoria, (ancor più) introspettiva. L’avvicinamento alle rime che si prospettava in rete non c’è stato, anzi, il falsetto bohemien, in equilibrio precario tra blues strozzato à la Tom Waits e delicatezze naif, si dilata ancor di più facendosi eco lontana d’un universo altro. Immerso in basi slowcore fumose, corpose eppur eteree, in cui loop malati d’un blues claudicante si inerpicano su idiomi folktronici che mirano dritti allo stomaco e percussioni dalla latenza etno-jazz a solleticare la cute rasta.
L’attitudine Stooges scompare (metabolizzata e rigurgitata) a favore di un tappeto Massive Attack “fatto a mano” in cui l’elettronica non è più così centrale e a trionfare è la patina vintage di ballate dimesse e malinconiche dotate di un fascino senza tempo e senza spazio che tradiscono il romanticismo esistenziale di fondo della missione Gonjasufi.

Inutile suddividere per tracce l’analisi di questo viaggio senza inizio e senza fine, da ascoltare in cosmologica solitudine all’ombra della veranda di Aisha. Se chiedete ad un Sufi in merito alla sua purezza, lui vi dirà sempre di non possederla, per un senso di smisurata modestia: qualora Sumach Valentine non lo ammettesse in pubblico allora, ve lo diciamo noi, Gonjasufi è davvero bravo.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=nW-ccM2DKnA[/youtube]

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