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Interviste

Intervista a ROBERTO DELLERA

Roberto Dellera ci ha ospitato nel suo camerino prima del concerto tenutosi il 21 maggio all’Auditorium Parco della Musica di Roma in occasione della rassegna “Generazione XL”.
Tra una battuta e l’altra siamo riusciti a conoscere meglio un artista che per la prima volta ci parla di sé in prima persona, delle sue storie, di quello che lui vuole raccontare, mostrandoci il mondo attraverso i suoi occhi, riflettendolo nei suoi brani e nelle parole di questa intervista.

Partiamo dalla fine, dai ringraziamenti, in cui compare quello ad un angelo nero.
Nei ringraziamenti ho evitato di ringraziare tutti, infatti faccio questo incipit n cui dico che è impossibile ringraziare tutti, c’è troppa gente che ha collaborato al disco sia tecnicamente che in modo totalmente involontario.
Questo Angelo nero è una persona che ho incontrato all’aeroporto di Bangkok mentre stavo per tornare in Inghilterra. Dovevo tornare in Italia per raggiungere Diego Mancino a Catania, poi dal suo management è partita l’idea di mettermi sotto contratto per fare questo disco.
Stavo per partire e mi sono accorto di non avere più soldi e per lasciare il paese dovevo pagare una tassa di uscita turistica, tipo 30 euro.
Sono rimasto un attimo immobilizzato, ho pensato di uscire, prendere un taxi e tornare nell’albergo in cui stavo con la mia fidanzata (quella della prima canzone): l’idea era chiamare in Inghilterra, vendere la mia chitarra e con quei soldi resto lì altri sei mesi. Mentre stavo per salire sul taxi che mi avrebbe riportato in albergo mi ferma un ragazzo nero che, vedendomi un po’ tralunato, mi chiede come stavo.
Io gli ho spiegato la mia situazione e lui mi ha messo in mano 50 pound inglesi io mi sono girato per ringraziarlo e non c’era più: mi sono buttato sull’aereo e sono andato a Catania per registrare questo disco. Sono state una serie di Sliding Doors: se non fossi ritornato in Italia, non avrei incontrato il management, non sarei ritornato negli Afterhours…

Una rivoluzione sta arrivando…quale tipo di cambiamento credi sia alle porte se credi ci sia…
Alle porte non so se ci sia un cambiamento, è una cosa che dico a me stesso, per diffondere il verbo.
In termini di rivoluzione credo che ci sia un sacco di gente che si sta dando da fare seriamente per creare degli spazi e smuovere un po’ le carte in tavola, per cercare di diffondere una specie di spirito nelle persone e farle avvicinare ad un certo modo di vivere e di concepire le relazioni con gli altri e ovviamente con il mondo dell’arte e della musica in generale. A livello di leader politici e ideologie non credo che ci sia qualcuno in grado in Italia di cambiare le cose in velocità e in modo radicale, non ne vedo le basi; anche mettendo una bomba in Parlamento non credo che ci sia una classe politica fresca e moralmente forte in grado di sostituire la precedente. L’unica cosa che mi auguro è che ci sia una rivoluzione etica e spirituale, se è vero che la terra è in  una nuova posizione astrale e che ci saranno un sacco di cambiamenti che si rifletteranno sulla psiche umana, spero che ci sia una presa di coscienza di ogni singola persona del rapporto con il pianeta, con l’universo.

Album frutto di quattro anni, si percepisce una costruzione lenta e particolareggiata nella quale nulla è lasciato al caso: ti va di parlarcene un po’?
A livello di suono sono molto contento: credo che il suono del disco sia un’espressione dell’arte in sé, come usare un acquerello piuttosto che lanciare una bottiglia di vernice contro un muro e farne un’opera d’arte, è una cosa molto precisa e su quello ho una visione molto chiara.

I pezzi sono molto particolareggiati, tutti diversi tra loro.
Sono abbastanza ossessionato dal suono, infatti posso metter su un disco in macchina ascoltandomi tutto il canale sinistro, poi tutto il canale destro, poi riascoltarlo tutto togliendo i bassi e mettendo solo gli alti, immaginando quale sia la tensione che ha portato quel tipo di suono.

Cosa pensi un brano scritto per “Colonna sonora originale” abbia in più e in meno di un brano scritto per gli Afterhours?
Sono due attitudini un po’ diverse, quando collaboro alla scrittura di un brano per gli After seguo una direzione sia sonora che lirica abbastanza stabile perché è un percorso che è iniziato prima di me, magari proseguirà anche dopo di me, per cui il contributo è scrivere qualcosa che possa infilarsi nelle trame musicali del pianeta Afterhours.

Mentre quando scrivi qualcosa di tuo riesci a canalizzare le cose diversamente…
La scrittura con gli After è un percorso corale, nel mio disco ci sono brani scritti per la band, nel periodo in cui avevo la band in Inghilterra, altri scritti da solo al tavolino, alcuni composti completamente da me, altri arrangiati da me e fatti suonare a qualcun altro.
È molto insulare il mio disco, evidentemente la mia megalomania aveva bisogno di diventare concreta.

Il tuo percorso è costellato da collaborazioni con grandi artisti che troppo spesso passano inosservati agli occhi del grande pubblico…
Agli occhi del grande pubblico tutto passa inosservato.

Per questo ti volevamo chiedere come descriveresti la scena musicale italiana del momento?
Mi sembra che ci sia un rifiorire di molte etichette: facendo differenza tra le major che ormai non producono quasi più niente se non ciò che da la possibilità di far circolare dei soldi, anche se a volte fanno anche cose buone.
Prima se eri un gruppo alternativo e strano, andavi a finire sulle etichette indipendenti, adesso un Dente, che non fa una cosa alternativa ed è bravissimo esce e funziona su un’etichetta medio piccola che ti mette a disposizione 1000 euro per fare un video e 5000 per fare un disco.
Nella separazione degli intenti un po’ di cose si sono sbloccate, lavorando tutti sul piccolo probabilmente si è riusciti a fare più cose e musicalmente c’è un buon fermento.
La sensazione è che si può osare un po’ di più iniziando a fottersene delle leggi di mercato, tanto tu sai che non sarai mai famoso, non avrai mai una casa ma faccio quello che voglio fare.

I talent show credi possano essere un trampolino di lancio o li vedi come un bruciare le tappe della gavetta?
Un talent Show è un talent show, è così per natura, sono nati negli anni 50-60 in America, è abbastanza ipnotizzante perché ti fa credere che tutti possano accedere al mondo delle celebrità e infatti lo permette.

Sono percorsi diversi, il problema drammatico è che in televisione non c’è l’alternativa al talent show, non c’è il Jools Holland Show come a Londra, non ci sono programmi musicali rilevanti, non c’è nulla, solo il talent show.
Poi non è detto che uno esca da un talent show e sia un musicista inferiore, ne sono uscito anche qualcuno bravo, Mengoni è uno di questi.
Certo, non sono proprio nell’ambito Jazz-Rock sperimentale, ma se lo fossero stati non avrebbero fatto il talent show.

Il problema è che propinandoti la tv solo questo, la gente si abitua a quel tipo di musica perché è quella che ha a portata di mano e non ha possibilità di scelta.
Si, c’è solo quello, un po’ perché l’Italia non è un paese di Rock & Roll, mi dispiace dirtelo ma non lo è.
Non è l’America o l’Inghilterra in cui il rock e nel tessuto sociale: ci sono ragazzini che fanno Hip Hop, che smanettano a casa con il computer ma sanno venti pezzi dei Beatles, venti pezzi di Elvis, venti pezzi punk, perché in lavanderia c’è Elvis, vai al bar e ci sono i Radiohead, la musica è un po’ ovunque, tu ci sei in mezzo e la vivi.
Qui vai dal benzinaio e c’è Rds accesa perché pensano che alla gente faccia piacere e la lasciano come sottofondo.

Ami lei o ami me unisce l’arte di due dei pochi cantautori che si possano ancora definire tali: sentiremo ancora qualcosa scritta a 4 mani con Diego Mancino?
Ho parlato con Diego proprio l’altro giorno perché ci siamo persi di vista per un annetto, ora sono sei mesi che ci stiamo rivedendo. Adesso lui è impegnato con il disco nuovo.
Sì sì, secondo me sì, ce lo dicevamo proprio tre giorni fa “Troviamoci, Vediamoci qualche giorno, beviamo e scriviamo qualcosa.”

Quale sarà il secondo singolo dell’album?
Adesso uscirà il secondo singolo dell’album “Le parole” accompagnato da questo video che abbiamo girato a Roma io e Giorgina Pilozzi, in bianco e nero, un po’ un omaggio a “I 400 colpi” di Truffaut.
Mi sono molto divertita, è stata un’esperienza molto creativa ed entusiasmante.

Chiudiamo con il titolo “Colonna sonora originale”: quali immagini della tua vita hanno accompagnato questi brani?
Colonna sonora perché è una compilation di canzoni, avrei potuto chiamarla anche “The best of” era uguale.
C’ho pensato sopra e non c’era un titolo che rappresentasse tutto il disco perché non ha uno stato emozionale unico, poi registrato in posti diversi.
Una mattina mi è venuto in mente questo e ho pensato fosse perfetto: mi piacciono le colonne sonore,  poi è una scusa per una serie di immaginari che ho in mente e poi secondo me alcuni pezzi sono molto cinematografici, uno si chiama “Il tema di Tim e Tom”, l’altro “Il motivo di Sima” per cui tutto insieme aveva un senso.

Salutiamo Roberto Dellera e lasciamo il suo camerino con la speranza che una “Colonna Sonora Originale” come questa accompagni molte scene della nostra vita.

a cura di Azzurra Funari e Marco Andriani

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