The Temper Trap – The temper Trap

The Temper Trap – The temper Trap
2012 - Glassnote Records
pop/indie

Tracklist

    1.Need your love 2.London's burning 3.Trembling hands 4.The sea is calling 5.Miracle 6.This isn't happiness 7.Where do we go from here 8.Never again 9.Dreams 10.Rabbit hole 11.I'm gonna wait 12.Leaving Heartbreak Hotel 13.Want (bonus) 14.The trouble with pain (bonus) 15.Everybody leaves in the end (bonus)

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L’omonimo dei The Temper Trap è anche l’anonimo dei The Temper Trap. Nell’immaginario dell’ascoltatore mediamente interessato alla musica rimarranno per sempre come un gruppo da schermo piatto in palestra. Tra una ripetizione e l’altra, distesi sulla panca, poteva capitare di vedere questo gruppo multietnico esibirsi circondato da una selva di neon nel video del singolo Fader, estratto dall’esordio del 2009, Conditions. Una cosa alla Nine inch nails ma con molto meno “sound”, il tutto per dare ampio spazio alla voce del cantante, Dougy Mandagi, assai particolare e utilizzabile in maniere differenti.

Le influenze non sono quelle tipiche del gruppo propriamente pop, che magari strizza l’occhio al’indie, ma restano comunque richiami a scene tipicamente post-rock che poi hanno dettato legge nel mercato universale con nomi come U2 o Radiohead e non ce ne vogliano i The Temper Trap, ma tanto azzardo corrisponde a verità solo lì dove non c’è voglia di stare ad ascoltare le composizioni. Una cosa è certa, questo secondo album dei The Temper Trap sembra studiato per amplificare ancora di più l’abissale distanza dalle ottime prove canore di Mandagi e le più che mediocri composizioni musicali del resto del gruppo. Non ci faremo passare per la mente neanche per un istante l’idea della mancanza di originalità ormai fisiologica del panorama indie-rock, non è più tempo ormai per rivendicare certi argomenti, ma se io devo produrre un buonissimo lavoro dando ampio spazio a qualcosa di elevata qualità come la voce di Mandagi mettendo in secondo piano, e quindi mortificando, le composizioni musicali allora devo avere più di qualche problema a livello psicologico. Se mi avessero registrato un disco “acappella”, le prime due tracce di questo omonimo-anonimo, Need your love e London’s burning sarebbero valse qualche Grammy. A meno che questi giovani australiani non si mettano seriamente a produrre canzoni come Trembling Hands, che è sicuramente il brano più equilibrato dell’intero disco, siamo di fronte all’ennesima scommessa persa dell’indie, una nuova pagina bagnata che ne porta con se tantissime altre e che rende il libro illeggibile.

Siamo al limite più estremo delle capacità umane, un vero talento che si circonda di ignare comparse che, non rispettando il ruolo a loro assegnato, quello di comparse, appunto, riescono a risultare decisive per la cattiva riuscita del prodotto finale. Un applauso più che sarcastico.

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