Reportage

BON IVER – Ferrara Sotto Le Stelle, 19 luglio 2012

Ero consapevole del fatto che il concerto di Bon Iver non avrebbe fatto prigionieri: poteva essere una merda totale o una figata pazzesca, senza vie di mezzo. Facendo un rapido calcolo in testa, arrangiamenti dell’ultimo disco più band di nove elementi equivaleva con ogni probabilità a concerto epico.

Riflettendo invece sul suo recente successo fuori controllo, ero pronto a ragazzine isteriche che prendono appunti per le loro poesie bukowskiane segnandosi le sensazioni che hanno dal concerto, giovinetti barbuti con lo zainetto in cuoio in cui non ci sta un cazzo, gente più datata che in realtà è lì «per veder suonare uno dei turnisti, GRAN BATTERISTA!!»; io sono differente. Ho dei panini, delle pessime birre, perfino due pesche, e l’immancabile the al limone in polverina il tutto in una pratica borsa frigo: perché sono un hardcorer squattrinato e becero che è andato a vedersi i Defeater il giorno prima, indosso una maglietta dei Moving Mountains fuori contesto, per fare capire a tutti che in realtà io ascolto musica un po’ più pesa ma questo non mi esime dall’avere un cuore. Mi sento un figo pazzesco, davvero.
Sarà che ha vinto troppi grammy e quindi qualcuno si vergognava ad andare a un concerto ormai mainstream, ma il mio assetto da guerra si rivela inutile, non ci sarà troppo di cui ridere e sentirsi superiori. Qualche personaggio strano qua e là, metà della mia città natale, un sacco di figa, soprattutto un sacco di figa, il che è una cosa serissima. Stanno suonando i Poliça, hanno una cantantessa coi capelli corti, una voce davvero notevole e un corpo che ondeggia. I volumi però sono quasi da stereo della casa accanto.

Quando Justin Vernon sale sul palco con la sua band e attacca conPerth, e spara di seguito tutte le cartucce migliori del suo ultimo lavoro con una potenza inedita, accompagnato probabilmente dai migliori fonici del mondo, nonostante me l’aspettassi, sono sorpreso. Sono sorpreso anche perché iniziamo a fare i cretini, a mimare con trasporto il suo falsetto, a fare i cafoni, osiamo perfino storpiare For Emma in “For Enna, un altro brano che parla di città”, ma nessuno raccoglie la provocazione, taluni perfino ridono; ci si può accorgere del silenzio religioso del pubblico nei momenti di minore intensità; quasi subito, una Michicant irripetibile mi taglia le gambe.
In forma monumentale, Bon Iver propone una scaletta densa e azzeccata che pesca da tutto il self-titled e i pezzi migliori di For Emma Forever Ago; luci e allestimento del palco giocano un buon trentapercento nella riuscita del concerto. Skinny Love e Wolves ci trasformano in un gigantesco coro, io spero che nessuno mi veda. Poco dopo il concerto finisce, e sono a bocca asciutta, non ho odiato né disprezzato nessuno, neanche uno di quei dandy del cazzo convinti di vivere nel 1920 e di fare soldi con una Olivetti.

In una serata in cui riacquisto fiducia nel pubblico italiano, ripesco il momento del concerto in cui ho capito che siamo geneticamente incapaci di tenere il tempo battendo le mani. È un problema generazionale, è colpa di Domenica In e de La Vita In Diretta.

a cura di Marco Vezzaro

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