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St. Vincent – St. Vincent

2014 - Loma Vista/Universal
art-pop

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Tracklist

1. Rattlesnake
2. Birth In Reverse
3. Prince Johnny
4. Huey Newton
5. Digital Witness
6. I Prefer Your Love
7. Regret
8. Bring Me Your Loves
9. Psychopath
10. Every Tree Disappears
11. Severed Crossed Fingers

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Non avere la macchina significa, dopo tanto tempo, camminare con lentezza e calma per le strade della mia città. Piove, poco, ma piove. E per una volta non aver l’ombrello non mi disturba. La pioggia mi è indifferente. Si è creato un vuoto tra me e le strade uggiose che percorro. Un vuoto veicolato da St.Vincent.

Mentre ascolto le parole si compongono nella mia testa. Tra le retine e il mio involucro che si muove silenzioso immerso nel nulla. Il pop al tempo di Annie Clark. Il rumore al tempo del pop al tempo di Annie Clark. E via componendosi. Come parole che si disgregano e riassemblano lente e incorporeali (neologismi al tempo del pop al tempo dei ritmo dei miei pensieri, sì?). E niente streaming ufficiali. L’unica tecnologia è quella vecchia di qualche anno del mio riproduttore di suoni. E i suoni che si formulano nel mio impianto uditivo rovinato dalle troppe frequenze sono suoni d’amore. Che sia esso obliquo lo posso anche comprendere. Che sia esso, in qualche modo, infettato da un germe lasciato lì da David Byrne è possibile. Lo è? Sì, forse. Prima di tutto i muri che vedo si incrinano nei miei occhi in sincopate serpentine sintetiche e singhiozzanti gocce di melodia vocale (questa è “Rattlesnake”) e poi implodono nei saltelli dal passo bluesificato in botte da dancefloor marziano (è il momento di “Birth In Reverse”). In altri attimi l’amore può tramutarsi in qualcosa di abissale e distorto, lento e il rumore al suo tempo, un tempo lento e a strati struggenti come i vocalizzi del cosmo (freme “Prince Johnny”) che si richiude nell’aritmia ritmica che ribolle blackness caleidoscopica come un’allucinazione esplosiva e pesante e poi picchia duro sui denti (da qui nasce “Huey Newton”, se sai chi è sai cosa dico). Il canto d’amore che prende il sopravvento sull’Altissimo (Annie canta e io ne voglio ancora e lo ripete I prefer your love to Jesus) e ancora mi sento annegare in una cattiveria fatta di velluto multiforma, bastardo e urticante, fottuto e disumanizzante (“Bring Me Your Loves” è “pugni chiusi in faccia”) e che sbronzo di melodie di plastica si accascia su un pavimento di cristallo vocale e si richiude in soluzioni anomale (“Severed Crossed Fingers” mi bacia mentre arrivo).

Ho smesso di camminare da un bel pezzo. Non me ne sono accorto. E se non ci hai capito niente fai una cosa: ascolta il disco. E stai zitto. Che io lo rimetto su mentre mi spengo.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=mVAxUMuhz98[/youtube]

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