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Interviste

Intervista a 3 FINGERS GUITAR

3 Fingers Guitar è il progetto solista di Simone Perna, cantautore ligure uscito quest’anno con il suo primo disco in italiano, “Rinuncia All’Eredità”, che si presenta come una delle uscite italiane più intriganti e interessanti dell’anno.
Abbiamo parlato di questo ed altro proprio con Simone.

Iniziamo a parlare di Rinuncia all’eredità, la prima domanda che mi viene da porti riguarda il cambio di lingua, il passaggio ai testi in italiano. Cosa ti ha spinto verso la lingua madre? Credi di continuare su questa linea, oppure lo ritieni un episodio a sé?
Il passaggio all’italiano è una cosa che stavo pensando da tempo. Il motivo fondamentale è che l’inglese non è la mia lingua madre e non padroneggiandola al 100% ad un certo punto il problema si è posto in termini di ricchezza e soprattutto autenticità espressiva. Il far arrivare appieno, nel modo migliore, quello che metto e che ho da dire in un testo: questo è l’obiettivo che mi sono sempre posto. Un po’ di tempo fa, cantando su un palco un testo in inglese un po’ più elaborato del solito mi sono reso conto di non essere completamente convinto di quello che stavo dicendo e del modo in cui lo stavo dicendo. Ecco, in quel momento ho deciso di cambiare.

Ammetto di esser venuto a conoscenza del progetto 3 fingers guitar solamente grazie al tuo ultimo album, di conseguenza ho ascoltato la tua discografia a ritroso e mi sono imbattuto in Spies, una traccia dell’ep Rough Brass, scoprendo così che il brano P. aveva già avuto un germe di vita in passato.
La gestazione di P. quindi…sei partito dal testo per poi “ripescare” la musica di Spies, oppure hai deciso di trovare una veste nuova, in italiano, al tuo vecchio brano?
È un modo per chiederti, più in generale, del tuo modo di scrivere: se parti dai testi o dalle musiche.

È un modo per chiederti, più in generale, del tuo modo di scrivere: se parti dai testi o dalle musiche.
Sono molto legato a Spies perché la sua struttura ossessiva si sposa perfettamente con lo stato d’animo che attraversavo in quel momento e di conseguenza il testo è nato in un modo del tutto naturale e immediato. E’ per questo che ho voluto portarmela dietro nel disco nuovo (il tema in entrambe le versioni è sempre lo stesso). Per cui in genere questo è il mio modo di scrivere: tradurre prima di tutto uno stato d’animo nelle musiche in modo da far nascere in maniera spontanea le parole per descriverlo.

Rimanendo ancora un attimo sui testi, l’idea del concept mi è sembrata una scelta molto coraggiosa, in contrasto con una fruizione musicale sempre più usa e getta e fatta di playlist, random e zapping in streaming. La mia impressione è che dietro a questa scelta ci sia una forte urgenza comunicativa. Vorrei chiederti cosa ti ha portato a realizzare un concept album su un tema come quello dell’eredità padre figlio.
Tante cose. Sicuramente alcune esperienze che ho vissuto ma che ho visto riflesse anche nelle vite di altre persone. La title track parla di una storia vera, un padre e un figlio che si rincontrano dopo anni di reciproche assenze e rancori sul letto di morte del genitore poco prima della sua dipartita. Un confronto finale, legami che si è cercato di lacerare perché sono stati causa di sofferenza ma da cui non si può prescindere. Questa situazione, che ho visto dall’esterno, mi ha dato modo di pensare ulteriormente ad alcuni temi che mi frullavano in testa da tanto tempo. In generale, il concept dell’album parla di un passato che condiziona il nostro presente, un fardello da cui bisogna liberarsi e da risolvere con se stessi. Perché un atteggiamento che noto spesso nelle persone (e che ho riscontrato a volte purtroppo anche in me) è questa tendenza a sentirsi autorizzati a far soffrire gli altri per le stesse cose (piccole e grandi che siano) per cui abbiamo sofferto in precedenza noi. Il dire: “Guarda, scusami se ti ho ferito ma faccio/sono così perché nella mia vita mi è successo questo”. Ed è in questa natura autoindulgente che sta l’eredità a cui si deve rinunciare.

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Sei stato batterista di gruppi della scena underground italiana – Viclarsen e Affranti – mentre sul disco hai suonato praticamente tutto, ad esclusione proprio della batteria che è stata affidata all’altro Simone (Brunzu). Ma quale è stato lo strumento che ti ha per primo avvicinato alla musica? Quando?
Proprio la batteria, a 13 anni. In realtà sono sempre stato curioso nei confronti di vari strumenti musicali (a 4/5 anni strimpellavo furiosamente un pianino giocattolo di mia madre che è ancora in casa mia) ma la batteria è stato il primo vero amore. Perché in quel momento pensavo che la chitarra fosse troppo cervellotico come strumento, troppe cose da fare e a cui pensare, mentre la batteria mi sembrava una cosa più istintiva e immediata da affrontare.

A tal proposito, c’è un disco, o una manciata di dischi, che ti hanno dato il la per dire “cazzo, da grande voglio fare il musicista”?
Mah, non so se ho mai pensato veramente una cosa del genere. Semplicemente, ad un certo punto, la musica è diventata la cosa più importante di tutte. Da bravo adolescente provinciale disadattato li dentro ci ho trovato un sacco di risposte importanti. Era il ’92 credo (avevo 12 anni quindi) quando un’amica più grande di me un pomeriggio, tra un pezzo di De Andrè e uno di Fossati, ha cominciato a suonarmi in faccia il riff di Smells like teen spirit dei Nirvana. E da li qualcosa si è mosso. Ero diventato un rockettaro, yeah! Di conseguenza c’è stato un periodo di esplorazione in cui, indiscriminatamente, qualsiasi cosa avesse dentro chitarre distorte e batterie pestone era perfetto per me. Ma credo che l’evento fondamentale che mi ha spinto a chiedere a gente più grande ad entrare nel loro gruppo 2 anni dopo sia stato scoprire il punk del ’77. Nevermind the Bollocks dei Sex Pistols mi è arrivato addosso come un tir, letteralmente.

Come avrai intuito, ci stiamo avvicinando pericolosamente al vortice delle domande a bruciapelo sulla musica che preferisci, domande odiate da chi ha un background di ascolti variegato. Ma non voglio metterti in difficoltà e mi limiterò a una domanda che vuole una risposta “oggettiva”: gli ultimi dischi che hai comprato?
Dunque, in ordine sparso: Man and Myth di Roy Harper; Abisso degli Ovo; Seligpreisung dei Popol Vuh; Benji di Sun Kill Moon; In Film Sound di Shannon Wright; Festivalbug ep dei Bachi Da Pietra; il primo dei Dead can Dance; Chatma dei Tamikrest; Boy di Carla Bozulich; Masturbati di Andrea Tich; Liberation music orchestra di Charlie Haden. Inoltre sto ascoltando tantissimo Tilt di Scott Walker, i primi 3 dischi dei Wire, Slip it in dei Black Flag . E sto attendendo l’imminente disco nuovo degli Swans (e relativo tour).

Un mio vecchio professore di storia dell’arte diceva sempre che in quadro le influenze che non ci sono hanno la stessa importanza di quelle che ci sono. E’ una frase che ho fatto mia e quindi voglio chiederti se musicalmente c’è qualcosa che non ti piace e non ti è mai piaciuta, qualcosa che di sicuro non hai portato dentro ai tuoi dischi. In poche parole, chi sono i mostri sacri del rock (in senso ampio) che non ti hanno mai detto niente, che ti hanno sempre annoiato a morte, che sono rimasti per te ascoltatore uno scoglio insormontabile?
Credo che una delle poche cose che non sono riuscito ad assimilare è stato un certo tipo di prog pomposo e di maniera. In generale non amo molto l’ostentazione della tecnica (e per tecnica intendo anche una “forma”, un genere musicale, qualsiasi esso sia) a discapito della capacità di comunicare qualcosa che arrivi davvero dalla pancia e il cuore di chi la produce.
Attenzione però: con questo non intendo dire che tecnica=merda. Semplicemente credo sia importante che essa venga messa al servizio di una visione, un concetto personale da esprimere e non il contrario.

Avviandoci ai saluti, mi piacerebbe chiederti una tua opinione sulla scena italiana: quali sono le proposte più interessanti che sono venute fuori ultimamente?
Lo ammetto, sono un po’ impreparato sulle nuove uscite italiane. Ti rispondo un po’ faziosamente parlandoti bene de Gli Altri. Anche loro sono di Savona e la loro attitudine è grandiosa. Mi sposto di poco e ti dico che il supergruppo di Genova, L’Inverno Della Civetta, ha fatto uscire da poco un disco che ho apprezzato parecchio. Poi, grazie ad un’amica, ultimamente ho scoperto Caso, il suo approccio punk al cantautorato mi piace assai. Spero inoltre in un’uscita imminente del duo Barachetti/Ruggeri.

Prima di salutarti e ringraziarti, torniamo a 3fg e a qualche battuta sui live. Il disco è stato accolto molto bene dalla critica e adesso lo stai portando in tour. Le tue prime impressioni su come reagisce il pubblico e qualche indicazione per chi fosse interessato a vederti suonare…
Tocchi un tasto dolente purtroppo. Per il momento parlare di tour credo sia un po’ esagerato perché essendo il disco uscito in questo momento dell’anno è un po’ difficile trovare date nell’immediato; le programmazioni dei locali sono già praticamente chiuse, anche se qualcosina dovrei riuscirla a combinare. Mi sto muovendo già in previsione dell’autunno comunque perché la voglia come puoi immaginare è tantissima e nelle date finora affrontate le reazioni sono state ottime.

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