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A noi piace lungo: Un prolisso reportage dal Primavera Sound 2014 – Day 2

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Ci sono convergenze cosmiche che portano una secchiata di band/ensemble/solisti a ritrovarsi tutti assieme in un unico posto. Le stesse convergenze cosmiche che portano due dei nostri scribacchini a trovarsi nello stesso identico luogo in cui si trovano quei musicisti di cui sopra. Stiamo parlando del Primavera Sound Festival di Barcellona. Anno 2014. E questo è ciò che vi è accaduto.

Reportage a quattro mani a cura di Simona Strano Fabio Marco Ferragatta.

(30 Maggio – Day 2)

Simona:

Il secondo giorno la fatica inizia a fare capolino, ma abbiamo davanti un programma così ricco di concerti che neanche ce ne accorgiamo. Alle 17 siamo già al Forum. Non sapevo ancora cosa mi aspettava. Il 30 maggio sarà da ora ricordato come il primo giorno di Festival degli shock emotivi.
Purtroppo il live di Linda Perhacs all’Auditori viene cancellato qualche giorno prima, per problemi di salute dell’artista. Io sono abbastanza triste. La cantautrice americana viene però rimpiazzata dai John Wizards, band sudafricana che, per dirla in poche parole, suona veramente TUTTO ciò che ruota attorno al reggae, all’electropop, allo Shangaan. Gruppi di persone si alzano dalle poltrone per ballare e niente è meglio di così, quando il ritmo è quello giusto anche se non si comprende a pieno cosa diavolo sia quella roba tanto carina che si stava ascoltando.
Non sono così pazza da volermi chiudere all’Auditori per ore immotivatamente.
Ma la scelta si è rivelata ottima per tre motivazioni:

1. Ci becchiamo in pieno relax, sulle nostre poltrone imbottite in prima fila (senza barriere e con gli artisti a 2,5 metri di distanza) un simpatico Mick Harvey che fa il suo tributo a Serge Gainsbourg. Arrangiamenti meravigliosi anche per non amanti del genere (tipo me);
2. Fuori infuria la pioggia: vediamo orde di persone entrare con i k-way zuppi. Mi crogiolo nei miei vestiti asciutti e belli tiepidi;
3. alle 20.45 sale sul palco Kim Gordon col suo progetto Body/Head, indossando dei mini shorts sbrilluccicosi.

Io, adesso, ho da dire solo una cosa, che prontamente pubblicai a caldo sui social ma che devo necessariamente riportare anche qui: Thurston Moore non capisci un cazzo. Sappilo.

Detto ciò, musicalmente non c’è molto da aggiungere: Bill Nace non ne esce tanto bene, sembrando un po’ il cagnolino da compagnia della Signora Gordon.
Il resto è dato da urla, rumore, feedback, scene da amplesso tra donna et chitarra su “comodo” amplificatore, calci alla strumentazione (dati, ovviamente, con degli stivaletti argentati… perché lo stile si vede anche nei dettagli).
Unica certezza: se un comune mortale facesse un disco e/o portasse in tour un progetto del genere, il TSO sarebbe una soluzione plausibile. Ma la Signora Gordon può fare questo e altro. Inutile girare attorno alla questione: ELLA PUÒ. E io, come una cretina, piango pure.
Della Gioventù Sonica non ti liberi facilmente, a quanto pare.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=ZZ2vwLwvh-k[/youtube]

Uscimmo a riveder le stelle: cielo limpido e della pioggia scrosciante neanche l’ombra, a parte i laghetti formatisi nell’area dei palchi principali, dove ci dirigiamo per immergerci nell’immenso live degli Slowdive. La fine del live è per me devastante. When the Sun Hits, She Calls e la splendida cover di Golden Hair di Syd Barrett mi portano in totale stato catatonico.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=X3zN-8hFPdw [/youtube]

Non parlerò per la successiva ora, biascicando qualche parola e canticchiando un po’, sbloccandomi quasi del tutto solo quando i Pixies non arriveranno a Caribou, sesta canzone di una scaletta che sembra proprio il loro best of “Wave of Mutilation”, uscito già 10 anni fa.
Ci perdiamo, fregandocene, la peggior canzone della carriera dei Pixies nonché, inspiegabilmente, la più famosa (no, il titolo non ve lo scrivo… lo sapete già) per tornare all’ATP dove troviamo gli Slint, proprio in formissima. In un’ora inanellano, come prevedibile, una bomba dopo l’altra.
Tra Breadcrumb Trail e Nosferatu Man scoppia il delirio.
La sottoscritta alle prime note di Washer collassa per terra guardando il cielo, sdraiata sull’asfalto più umido della storia mentre decine di persone passano lì accanto.
Ma chi se ne frega. Tanto si è già passato il limite.

l tempo è tiranno, sentiamo i Deafheaven al palco Pitchfork mentre ci dirigiamo nel luogo più rilassante di questo Primavera Sound, cioè l’area chill-out della RedBull Music Academy Radio: una bolla gigante, riscaldata, con pavimento morbidissimo, djset, cd gratis e, cosa migliore, lattine di RedBull gratis. Incredibilmente, lì dentro non ci stanno più di 20 persone per volta, compresi gli speaker che ridacchiano e continuano la diretta nonostante io facessi l’idiota da dietro al vetro, per disturbarli. Probabilmente tutti pensano sia un’area riservata.
Riprese le forze, scendiamo l’enorme scalinata che ci porta al palco Vice, sfidando il vento gelido che arriva dal mare. I Kvelertak hanno appena spazzolato il palco come si deve e un nutrito gruppo di italiani si ritrova proprio lì sotto al palco. Alle 2.45, con qualche ritardo, inizia il live dei Jesu. Passate le 3, reggersi in piedi non è facile. Andiamo via sentendo i synth dei Jagwar Ma al vicino Ray-Ban stage.


Fabio:

Risveglio dei più difficili seguito da giro da turisti del cazzo? Sì grazie. Gaudì si faceva? Credo di sì. Per questo non ha visto il tram. Dopo queste considerazioni si ritorna al luogo del delitto. Siamo comunque abbastanza stronzi da perderci il nipposchizoide Yamataka Eye, il che mi causa nervi a non finire ma lenisco il tutto godendomi Mick Harvey che ripropone brani di Serge Gainsbourg, peccato che lenire significhi quasi dormire, il tutto molto bello ma molto incolore, Mick è il solito bell’elegantone (come tutti gli ex sodali del signor Cave d’altronde) sboccato, ma la cantante che lo accompagna è afona e il tutto passa senza né gioia né dolore, senza rendere vero onore al buon Serge.
Ce ne sbattiamo altamente della lagna insensata dei Body/Head della semprebionda Kim Gordon e ce ne andiamo a zonzo tra i banchetti. Dopo una serie di acquisti dei più tamarri di sempre corriamo al cospetto di qualcosa di molto più grande di noi: gli Slowdive. L’enorme palco Sony non li spaventa, il mare di teste davanti a loro li emoziona, o per lo meno emoziona vistosamente Rachel, mentre Neil, dietro la sua barba e al denim che lo ricopre non fa trasparire nulla, preso com’è dal tessere emotività allucinanti. Neanche il tempo di immergermi nelle note di “Slowdive” che mi rendo conto che sto godendomi il concerto al fianco di George Clarke e Kerry McCoy dei Deafheaven, sorridenti e super presibene, esattamente come lo siamo noi. Senza tregua i cinque inglesi ci incollano al cielo di Barcellona, in forma più che mai e tristi come non ci fosse un cazzo di domani.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=acoEHOyoiS4[/youtube]

Quando Arriva “Machine Gun” i miei occhi si riempiono di lacrime, si canta tutti, si soffre e gode assieme, i due blacksters californiani sorridono (li vedete a sorridere? ‘sticazzi), e partiamo per lo spazio. Sembra non si siano mai fermati eppure è così e quando parte “Golden Hair” di messer Barrett annunciata come ultima canzone (Rachel è davvero al massimo dell’emozione, si vede che non se ne andrebbe da quel cazzo di palco, Homme impara la lezione e vaffanculo) ci stiamo tutti sciogliendo.
Neanche il tempo di riprenderci e ci fiondiamo al palco di Vice dove si sta scapocciando un Lee Ranaldo in pienissima forma, sorride, sbarella coi suoi Dust, lancia schitarrate brucianti sulle bordate di batteria di Steve Shelley (quanti Sonic Youth stasera a Barcellona, manca il migliore purtroppo) e chiude con una “Blackt Out” spaventosa e, finito il concerto, si smonta da solo tutta la roba, e nel mentre ci saluta tutti e ci ringrazia. Son cose che fan bene al cuore.
Non siamo paghi di presomalismo e ci rechiamo nuovamente al palco ATP per immergerci nel gelo degli Slint. L’ora delle reunion scocca a dovere quest’anno e il meccanismo è bello quanto ottundente. Dopo una prima legnata con “For Dinner…” Brian McMahan abbandona la sua Telecaster per piazzarsi al lato del palco per dar sfogo alla sua ugola afona e farci tutti a pezzi, “Nosferatu Man” ci manda dritti nelle fiamme, David Pejo ha gli eyes of the insane, sembra un cazzo di punk piazzato nel mezzo di un inferno di iceberg e i denti del vampiro ci risucchiano in un vortice di nulla post-hardcore. Purtroppo sulle note di “Glenn” leviamo le tende e il gruppo si divide, io e il mio chitarrista ci rechiamo dai Deafheaven mentre il terzo individuo dai The National0.
Troppa roba che si accavalla in questa giornata, temiamo di arrivare a concerto iniziato e invece no, ‘fanculo che goduria, stanno ancora mettendo a posto il palco. Quando entrano sul palco i cinque californiani si levano le corna al cielo e, con buona pace dei metallari italiani che li ripudiano dall’alto della propria bruciante ignoranza, questi bastardi incendiano il palco.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=LpzJUtSWY2E[/youtube]

Clarke è un puro agitatore di folle, sembra che balli ad ogni maledetto passaggio di chitarra, alto come un monolite e dalla voce infernale incastra grida mortifere mentre gli altri costruiscono passaggi di puro terrore. Sono davvero figli dello shoegaze più incancrenito (magari ancor più ispirati dall’aver visto gli Slowdive poco prima) e lo dimostrano con le due cartucce iniziali: “Dream House” e l’immensa “Sunbather”. Quattro pezzi senza alcuna posa e poi, chitarre al cielo ci lasciano lì per lì demoliti ma ancora tutt’altro che sazi, perciò corriamo al palco adiacente a spararci della sanissima ignoranza brutalizzante con i Kvelertak. Tutti i maledetti elementi del becerismo rock’n’roll annegati nell’attitudine norvegese del black metal più sozzo sono lì sul palco, ma il nostro eroe al momento è un bell’elemento di disagio giovanile che si spoglia e balla e si passa le dita sulle gengive (guai a perdere qualcosa) e si dimena mentre i nostri ci fan capire che Kurt Ballou ci ha visto lunghissimo. Mazzate a non finire e alla fine della loro scaletta ci arrendiamo, e mi spiace per Justin Broadrick e i suoi Jesu, ma non ce la fo più.
Ah, giusto, l’ennesima considerazione del nostro compare di ritorno dai The National? “Il cantante, non so, mi ricordava Bruce Springsteen”.
Schiaffo correttivo, siccome per lui è un complimento, e ritorno all’ostello. Pronti per la fine.

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