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BIOGRAFILM FESTIVAL – 10 Years Celebrating Lives: Day 2-3

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Per chi studia a Bologna l’arrivo dell’estate ha dei sintomi precisi: l’angoscia della sessione degli esami di Giugno, andare a fare l’amore ai Giardini Margherita (che per gli sfortunati si traduce in andare a spiare chi fa l’amore ai Giardini Margherita), fumarsi le canne giocando a fare i fachiri sui vetri di piazza Verdi di notte, e tante altre cose che il sottoscritto non fa più perché ha smesso di pagare le tasse all’Unibo. Ma l’arrivo dell’estate a Bologna significa anche Biografilm Festival.

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Versione rimpicciolita, più casareccia, più eco-friendly e human-friendly dei fratelloni maggiori come il Festival di Venezia o Roma, il Biografilm è una piacevole dieci giorni dedicati ad anteprime nazionali e internazionali di film sulle vite. Che siano fiction, biopic, documentari, i 101 film di quest’anno raccontano esistenze perdute, ritrovate, di leggende e di sconosciuti che hanno lasciato il segno.
Un consiglio spassionato per chi vive da queste parti, tra Bologna e l’Emilia: fate un salto, anche solo un giorno, ne può valere la pena.
Non avendo il potere dell’ubiquità, del mucchione di film in cartello ne vedrò molti meno. E ve ne recensirò solo alcuni. E’ deprimente, lo so. Ma fa caldo, il tedio estivo ha le forme di una ragnatela di umidità che si appiccica addosso alle tre di pomeriggio e se ne va solamente la mattina dopo. Tra un film e l’altro ho bisogno di fermarmi per una birra. E poi in sala c’è l’aria condizionata e se faccio troppe volte fuori-dentro è sicuro che mi becco il raffreddore.


 

The Punk Singer
(USA/2013/80′) di Sini Anderson

The_Punk_Singer_logoChe gli appassionati di punk e hardcore diano un’occhiata al documentario diretto da Sini Anderson, poetessa, videomaker del mondo queer New Yorkese. Chi è Kathleen Hanna? La leader e cantante delle Bikini Kills, gruppo della scena alternative negli anni ’90. Chi è Kathleen Hanna? La fondatrice di Riot grrril, movimento femminista che operava nell’ambiente del DIY nei suoi anni d’oro. Chi è Kathleen Hanna? Una donna che ad un certo punto della sua vita ha dovuto fare i conti con una delle malattie più infettive dei nostri tempi, quella di Lyme.
Il documentario è diviso in due parti. La prima è quella dedicata all’adolescenza di Kathleen, della sua formazione come combattente in prima linea nei diritti delle donne. Sono anni di guerriglia musicale, e la guerra è una cosa per i maschietti: i concerti hardcore e grunge sono in mano alla violenza fisica dei pogo e di una retorica anarchica che, seppur anti-sistema, era ricolma di sessismo. Kathleen è circondata da storie di violenza delle e sulle sue coetanee, ma anche di violenze forzatamente dimenticate e nascoste a chiave nei cassetti di ricordi d’infanzia. Decide di creare un’isola musicale per sole donne, di fare un punk ideologico, ma lungi dall’essere boriosamente politico: testi a sfondo sessuale, chiari richiami allo stupro, imitazioni di atti orgasmici sul palco, etc. , anticipando e teorizzando una certo «terrorismo» artistico che oggi è noto con le Femen ucraine.
La seconda parte del documentario è quella più interessante. La capacità della regista sta nell’aver saputo percorrere l’inaspettata piega della vita della Hanna. Alle soglie del duemila si converte ad una musica dalle tendenze pop ed elettronica, fonda Le Tigre. Come con le Bikini Kills, le capacità di Kathleen sono evidenti nel suo saper far concidere liriche impegnate con melodie ballabili. L’arrivo della malattia di Lyme cambia le carte in regola. E’ il 2005, e con la scusa della morte della sua ispirazione artistica, lascia il mondo della musica. Il documentario, senza giocare la mano del dramma umano, ma rimanendo asciutto e spontaneo dando spazio alla parola della protagonista, lascia spazio alle confessioni di Kathleen, della sua impossibilità di cantare con una malattia che dà problemi alle corde vocali, oltre ad altri numerosi fastidi fisici. Ma d’altronde lei è la riot grrrl per eccellenza, non s’arrende e manda avanti la sua battaglia d’avanguardia artistica ed ideologica.

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Omaggio Hegedus & Pennebaker – Dont Look Back
(USA/1967/96′) di D.A. Pennebaker

220px-DontLookBack2Porcaccia miseria, per guardare questo film mi son dovuto perdere Giovanni Floris presentare un suo romanzo edito Feltrinelli. Ci mancava solo Walter Veltroni con un libricino sui bimbi africani. La scelta è stata ardua, o Giovanni Floris o il documentario datato 1968, Dont Look Back.
Ora vi spiegherò perchè ho preferito questo a Giovanni Floris.
A presenziare il film era presente il regista, Pennebaker, che oggi si presenta come il tipico nonnino rincoglionito… col cavolo, è uno dei registi più importanti degli ultimi cinquant’anni. Se c’è uno che ha inventato un certo tipo di documentario rock, quello che ha le sue mille varianti in film come Shine a Light (Martin Scorsese), ma possiamo osare e dire pioniere del cinema verità, l’è proprio lui. Dont Look Back ha quell’inizio che è pop culture: Bob Dylan fa scorrere dei cartelloni contenenti le parole della sua canzone Subterrain Homesick Blues, ovvero si comincia con un proto-videoclip. Basterebbe questo per far capire quanto sia pionieristico questo documentario.
Eppure c’è tanto altro. Per un’ora a mezza la camera sta appiccicata alle gambe di Bob Dylan, lo segue in tutta la sua tournèe inglese del 1965. L’impressione è che sia tutto reale, niente è recitato. Scopriamo un Bob Dylan che stava, nei suoi atteggiamenti cialtroneschi, gonfi di ego e saccenteria geniale, ragionando sulla futura rivoluzione elettronica di Like a Rolling Stone. Festini nei camerini fatti di ubriaconi, gentaglia come Alan Price, Donovan, l’onnipresente e fastidiosa come la peste Joan Baez. Bob Dylan è ritratto nel 1965 già come un mostro sacro, ed è poco più che ventenne. Pennebacer, e non può averlo fatto involontariamente, fa trasparire solo raramente l’anima folk e popolana del cantautore, che quando sale sul palco a cantare canzoni come Gates of Eden pare stufo, di sé stesso e del pubblico. D’un tratto, in un momento notturno ed intimo, lo vediamo suonare e cantare Hank Williams, una delle poche autorità alle quali pare portare reverenza, assieme all’ovvio amore per Allen Ginsberg. Pennebaker coglie il distacco tra Dylan (con i suoi più vicini tenenti e pochi fidati amici) ed il mondo che allora rappresentava la musica britannica, fatta di manager, burocrati e critici musicali totalmente inconsapevoli del contesto giovanile. Il film riesce poi, seppur con l’eleganza di un montaggio che evidentemente ha lasciato tanto spazio ai tagli, a raccontare il dramma che allora stava portando al termine la fine della relazione amorosa con Bob Dylan. Dont Look Back è una delle opere cinematografiche più belle di sempre, lo dico con un certo distacco, è una cosa alla quale ho pensato molto in questi giorni. Pennebaker riuscì, in un anno epocale, a creare un documentario che parlasse sì di Bob Dylan, ma soprattutto riuscire a fotografare con finta disattenzione i tempi che stavano cambiando la musica ed il suo significato.

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Is the Man Who Is Tall Happy?
(Francia/2013/88′) di Michel Gondry

michelgondry-tallhappy-posterE’ il primo film di questa edizione del Biografilm che mi lascia un po’ di amaro in bocca. Forse più di un po’. Per quanto mi riguarda il documentario di Michel Gondry è un’occasione persa. C’è troppo Michel Gondry e troppo poco Noam Chomsky. Troppo, troppo Gondry con quel suo smisuratissimo ego, con i suoi disegnini animati da finto tredicenne con una recitata sindrome di Asperger. Ma poi diciamolo, perchè? Hai la possibilità di intervistare uno dei più grandiosi intellettuali del nostro tempo, e una volta tanto non ci parla di politica ma di scienza, e tu, maledetto regista, cosa fai? Niente, ossessioni lo spettatore con le tue domande mal poste, con la tua paura sulla morte e, lo ripeto ancora, con i tuoi maledetti disegnini. Il fallimento di Mood Indigo è qui telefonato. Gondry non è (ancora?) Terry Gilliam, e da quel bel film che poteva essere Eternal Sunshine of the Spotless Mind sono ormai passati un pò di anni. Gondry esagera nello sbatterci sullo schermo la sua visione del mondo mentre Chomsky parla, facendo apparire tutto più complicato del reale. Il linguista americano riesce, grazie alla sua abilissima arte oratoria, a spiegare cose complesse con frasi e ragionamenti semplici, come può fare solo un grande scienziato o un buon saggista. Le immagini di Gondry ed un montaggio che pare davvero seguire solo un senso mentale privato al regista fanno sembrare i monologhi di Chomsky un’impresa. Tutto qui, non c’è altro da dire.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=d9c4xJEP6eI[/youtube]

Love Hotel
(UK, Francia, Giappone/2014/90′) di Philip Cox, Hikaru Toda

lovehotelQuesto documentario è un’altra perla, i selezionatori del Biografilm hanno fatto un bel lavoro quest’anno. Non c’è critica negativa o positiva da parte dei registi, è un documentario che riesce a dare piena voce ai protagonisti di un Love Hotel di Osaka.
Ce ne sono a decine di migliaia in tutto il Giappone, e si calcola qualcosa come tre milioni di frequentatori al giorno, come se tutta la popolazione di Roma ogni notte si rinchiudesse in alberghi del sesso.
Punto forte dell’opera è essere riuscita a cogliere, con l’occhio dell’occidentale medio, è vero, assente di ogni analisi antropologica, il fascino bizzaro, weird e poetico del notturno Giappone. Immaginatevi l’urbanità nipponica, con le sue potenti luci al neon, di notti come unico momento durante le quali una popolazione che vive in uno diagnosticato stress sociale e lavorativo può sfogarsi. Amori deviati, amori sofferti e finiti, perversioni sessuali d’ogni tipo si aggirano per i Love Hotel, costituiti da camere a tema che dire strane è poco. I registi hanno scelto dei frequentatori di un preciso Love Hotel e li hanno seguiti per alcuni giorni della loro vita notturna, c’è di tutto: il pensionato settantenne che guarda i porno nella sua stanza mentre pensa di scrivere una lettera d’amore alla sua vicina, una coppia di divorziati che s’incontra una volta al mese per ballare e ricordare il passato con malinconia, un’economista che di giorno è il tipico salariato in giacca e cravatta e la notte si muta in un verme in latex voglioso di farsi legare il cazzo e sculacciare, così via.
I Love Hotel oggi in Giappone rischiano di chiudere a causa di un’ondata di moralismo che ha trovato fortuna nella politica conservatrice. E dire che le loro radici storiche si perdono quasi quattrocento anni fa…

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=7F4rboyHa6w[/youtube]

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