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Ghemon – ORCHIdee

2014 - Macro Beats Records
hip-hop/soul

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Tracklist

1. Adesso sono qui
2. Quando Imparerò
3. Da lei (Con lo scudo e la spada)
4. Fuoriluogo Ovunque
5. Il Mostro
6. Smetti Di Parlare
7. Tutto Sbagliato
8. Nessuno Vale Quanto Te
9. Ogni Benedetto Giorno
10. Crimine
11. Pomeriggi Svogliati
12. Veleno
13. L’Ultima Linea

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Un esordio, una nuova vita. Ecco cosa è “ORCHIdee”.
La quarta prova del rapper avellinese pare infatti essere stata pensata e scritta dopo uno shut down improvviso del sistema, con la memoria interna che va in crash e con il back up che in una frazione di secondo trasloca dall’archivio fisico al mero ricordo, irrimediabilmente destinato a sfumarsi e sgranarsi.
Ghemon ha voglia di crescere, maturare, viaggiare con il corpo e con la mente ed ha capito che per farlo deve necessariamente voltare pagina, staccandosi nettamente dal proprio passato (anche come physique du rôle) e da una scena rap, piuttosto satura sì ma comunque ancora viva e redditizia, che lo ha visto crescere e che ora deve necessariamente dirgli addio.

Non c’è quindi spazio per punchline ne dissing, ma solamente sentimenti, storie ed emozioni raccontate da una sorta di rapper crooner che alterna rap a cantato, ritmica a melodia e che per rendere ancora più netto il cambio di vita si avvale di una band con i contro cazzi e che vede partecipare tra gli altri Tommaso Colliva (Calibro 35) alla produzione, Rodrigo D’Erasmo (Afterhours), Enrico Gabrielli e Patrick Benifei (Casino Royale e Bluebeaters). [No, non è un errore di selezione carattere…. È solo che non me la sento di affiancare ai miti di una vita null’altro che una cover band in giacca e cravatta. Tutto qui.]
Ed è proprio nei dintorni dei Casino più stilosi e cool – alias “Sempre più vicino” e “1996: Adesso!” – che ci porta “ORCHIdee”, con pezzi che pulsano e vibrano sotto una meravigliosa ed avvolgente coltre sonora, priva di beat ed elettronica, ma comunque corposa e sostanziosa. La produzione è pressoché perfetta, piena ma ben dosata, con tanta strumentazione (tromba, trombone, tuba, piano Rhodes e Wurlitzer, ecc.) mai supponente o pesante, anzi al contrario sempre dosata alla perfezione, elegante ma non snob, orecchiabile ma mai troppo facile, eterogenea ma sempre ben centrata. Ghemon dal canto suo conferma una volta ancora di saper raccontare tutto ciò che gli frulla nella testa e nel cuore con un’agile parkour sonoro tra i paesaggi urbani e le praterie tipiche della canzone all’italiana, tutta melodia a pieni polmoni ed elegante orchestralità.
G. sembra guardare fuori dalla finestra con lo sguardo apparentemente rivolto verso quello che gli propone il mondo circostante, ma nella sostanza intento a studiare il proprio riflesso, meditando su cosa è diventato, cosa ha lasciato e cosa trovato, le amicizie che la quotidianità ha finito per soffocare e quelle altre che il tempo e le esperienze in comune hanno portato allo status di fraterne (Fid Mella), l’amore tra alti e bassi ma sempre presente nella sua evoluzione, così come pure la diffidenza e la supponenza incontrate ogni giorno lungo il cammino.

Un album importante e che dimostra come il rap possa andare oltre l’attuale status di forma comunicativa immediata, sloganistica, autoreferenziale e sostanzialmente usa & getta, per arrivare ad essere una vera e propria forma d’arte a lunga conservazione ed in grado di descrivere con eleganza e maturità sentimenti, emozioni, storie.
Perché “devi avere una visione che va oltre la visuale, non è da dove vieni ma è dove vuoi arrivare”.
Parole sante, Gianluca, parole sante.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=G2fkmiTzYHo[/youtube]

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