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Moby – Hotel : Ambient

2014 - Mute
ambient

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Tracklist

1. Swear
2. Snowball
3. Blue Paper
4. Homeward Angel
5. Chord Sounds
6. Not Sensitive
7. Lilly
8. May 4 Two
9. The Come Down
10. Overland
11. Live Forever
12. Aerial
13. Spaired Long
14. Live Forever

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Descrivere un’entità artistica fortemente caratterizzante di un periodo, prendendo spunto da un estratto secondario, un’appendice laterale, è forse analisi di poco conto. E’ come riferirsi alla grandezza di un poeta illustre, di un pittore celebre, volgendosi a un’opera volutamente decorativa, messa fra le tante. Dunque dalla luce casuale, senz’altro interessante per questo, per lo sguardo complementare e la curiosità che offre, ma in sé stessa non pienamente rappresentativa. O forse no? Forse è tale la caratura immutabile di alcune nature creative, così immediatamente riconoscibili e uguali a sé stesse, che in un qualsiasi incidersi del loro passaggio possiamo riconoscerne sempre le caratteristiche essenziali e uniche.

Così è per Moby forse, pietra miliare e impronta determinante sul suolo musicale fin dagli anni ’90, con Play e altri capolavori che hanno camminato nell’immaginario musicale degli ultimi due decenni. Fra i suoni più sgargianti e commerciali, il pop d’autore, la techno-ambient più raffinata, sino agli spazi immensi e i momenti elettronici più spigolosi e affilati; la composizione più sapiente di diversissimi stili provenienti tutti da una matrice straordinariamente sperimentale e personalissima.  Qui dunque, vede la luce “Hotel: Ambient” , b-side bonus del suo disco Hotel (la stucchevole superhit Lift me up!), che riedita a nove anni di distanza per lo store di Itunes, come album a sé -con l’aggiunta di 3 tracce inedite e 2 riarrangiamenti. Fin dal titolo immediatamente manifesto e lapalissiano, inequivocabile, Moby sembra voler chiarire la descrizione di genere più appropriata alle sue capacità compositive. Non un semplice contenitore vuoto, una nota archivistica, dove rinfusamente impacchettare tante tracce ambientali e altrimenti fuoriuscite. Ma “Ambient” come luogo ideale, deputato ad origine artistica e desiderata, da cui poi si è strutturata nel tempo la sua eterogenea produzione.

Apre il disco Swear, con atmosfere soffusamente lounge, aeree, delicatamente ballabili. Con quella cifra disadorna, elegante e minimalistica che riconosciamo subito. Segue Snowball, da un synth diffuso e glaciale, lontanissimo. Che tesse il suono similmente al Vangelis più technoide, procedendo sino al kraut rock più disabitato e stellare. Nella piccola suite Blue paper invece c’è la lietezza della memoria, la nostalgia dei sentimenti tipica di Moby, che ritrae lentamente quasi rimirando una fotografia, un ricordo carico di silenzio remoto, e infine svelato nella delicatezza risolutiva dei suoni che si aprono lentamente, ricordando il Brian Eno più candido e scarno di The Big Ship. In Homeward angel, lo stesso ticchettio che apre e ricorda i grandi maestri del suono tedesco, il Bowie di Low,  ancora Eno, si profila poi gradatamente in fasci sonori e spazialità, che aprono a scenari futuribili eppure lentissimi, allo stesso tempo caldi e avvolgenti, fino all’estasi finale tipica dello spleen di Moby, che ricorda le produzioni di Everything is wrong o 18. Lo stesso climax ascendente e spirituale, dai riecheggi infinti è Chord sounds ; mentre Not sensitive nel suo sospendere la gravità perpetuamente fino alla fine, fa ancora un salto dal microscopico, l’infinitamente particolare, a un deserto lunare e impensabile, sembra ancora un omaggio ai maestri cosmici europei. In Lily ormai abbiamo chiaro il religioso abbandono di Moby e la potenza del suo “ambient”. L’ambientalità non è solo un dispiego di suono catartico che riempie la vacuità di uno spazio, ma è una totalità della musica come Anima, che si autorisolve in sé stessa; come memoria, come un respiro, come sensazione primaria. E’, in una sola descrizione: qualcosa così intimistico, che diviene improvvisamente perimetro dell’esistenza, dello spazio in sé stesso, dell’individuo nella sua molecolarità più emotiva e irriducibile, e dunque salta a cingere  lo spettro della vita intero, l’orbita stellare che riguarda tutto e il passaggio di tutti.  Ritroviamo questa impalpabilità in The Come Down, una distesa innevata di sintetizzatori. Un suono avvolgente eppure atonale, lontanissimo, perduto. Come un abbraccio conosciuto anni fa e giaciuto, ringraziato, nel nostro cuore,  lasciato all’oblio.

Live forever è ancora uno spazio perenne dell’immaginazione, sembra l’intelaiatura accompagnante e trainante di un film d’autore, col suo dilatarsi piano e immenso. Aerial e Overland sono un unico grande silenzio sconfinato e fluido. May 4 two e Spaired Long proseguono, chiarendo anche l’ascendenza Wave che gorgoglia nei ricami sintetici di questo racconto elettronico, e nella formazione di chi lo ha scritto. Infine il reprise di Live Forever (Long), che suggella questa performance meditativa, dove l’artista sembra aver dato sfogo alla sua espressione più congeniale, più autenticamente riferita alla sua esperienza, taciuta, essenziale. Che rimaneva sottocutanea, ma sempre presente e riconoscibile sia in Hotel che nei suoi ultimi lavori. Che là, esplodeva sovente come un bagliore, una firma determinante alle sue opere più fruibili e meno, qui invece cade tutta completamente e disvelante come una distesa di suoni, come una finale e liberatoria dichiarazione, esplicitata, nuda. Vera. Senza nemmeno un pubblico, forse. Vediamo il vero Moby, la sua stanza distante anni luce, la fonte originaria da cui, in un andare enormemente avanti che somiglia a un tornare indietro alla nascita, si dipanò la sua ispirazione. Qui decostruita e ritornata come una casa, è da ammirare nel suo essere spoglia, per chiunque abbia davvero mai amato la sua musica. Un punto d’approdo come l’essere bambini, e un quid così iniziale da essere straordinariamente finale di un percorso.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=NrPIaJ11ues[/youtube]

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