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Paradise Lost – The Plague Within

2015 - Century Media
death / doom / metal

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Tracklist

1. No Hope In Sight
2. Terminal
3. An Eternity Of Lies
4. Punishment Through Time
5. Beneath Broken Earth
6. Sacrifice The Flame
7. Victim of the Past
8. Flesh From Bone
9. Cry Out
10. Return To The Sun

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Seguire con interesse i Paradise Lost nel 2015 è divertente quanto infilarsi un castoro nelle mutande: ci becchi diversi mozzichi sulle palle, ma magari ogni tanto potresti anche divertirti.

E con questa lieta analogia penso di aver già adeguatamente recensito il nuovo lavoro della band inglese, giusto? Ok, diventiamo seri quei due minuti: personalmente le ultime fatiche di Nick, Greg e compagnia non mi avevano fatto proprio schifo, specialmente per una band che ha seriamente rischiato di perdersi a inizio duemila, direi che erano un lento ritorno a una forma che nessuno si sognava possedessero più. Dal vivo, poi, facevano sempre pena ma pazienza, quello è un problema dei coglioni che ancora pagano i biglietti per andare a sentirli.

In tutto questo The Plague Within non sorprende tantissimo, specie per chi ha avuto modo di vedersi il barbuto Nick Holmes nel video di Beneath Broken Earth che ci buttava giù di growl come non faceva da anni, mi sa che la collaborazione con i Bloodbath gli è servita da riflessione. In tal senso, invece, vi sia da monito l’apertura con No Hope in Sight che mescola vocalizzi puliti e growl, non riuscendo a infilare nessun tipo di melodia memorabile, restando nel guado col suo vago richiamo ai bei trascorsi dei primi anni novanta a mò di vago scimmiottamento. La più melodica An Eternity of Lies tenta il colpaccio, ma pure qui manca qualcosa, Holmes suona oltremodo stanco quando va giù di growl, gli anni passano ed è evidente, anche Greg, pur avendo anche lui riscoperto l’amore per il death/doom, sembra andare con l’autopilota per i riff; i Paradise Lost di Faith Divides Us Death Unites Us erano molto più coesi e convincenti.
Come già detto, Beneath Broken Earth, piazzata proprio a metà disco, convince pure troppo, è il suono di una fottuta macchina da guerra che segnala la fine delle vostre misere speranze, perfino lo stanco growl di Holmes ci sta piuttosto bene. E’ sicuramente un pezzo della madonna, una delle migliori tracce del genere uscite negli ultimi anni e non lo dico con leggerezza, specialmente in un album che avrebbe meritato, come contorno a quel mastodonte, pezzi di ben altra qualità. E’ evidente, invece, che qui i Paradise Lost sono molto più interessati a suonare quanto più aggressivi possibile e se poi una canzone non è granché, checcefregavolemosebene.
Fortuna che arriva Victim of the Past a convincerci che lo sforzo da qualche parte c’è stato, con un Greg che ci butta giù di tapping forsennato nelle strofe e Holmes che strilla “no one can save you now” nei ritornelli, il tutto ci fa sorridere alquanto. Invece se volete spaventare i vostri genitori, direi che potete dirgli che degli over-40 hanno registrato un pezzo come Flesh From Bone, probabilmente la cosa più violenta mai fatta dalla band in anni di carriera, blast beat forsennato e testo da b-side dei Cannibal Corpse: orgasmo immediato.
Cry Out è uno strano momento semi-boogie che sembra uscito da qualche band revival inizio anni ottanta, Holmes però pare non accorgersi del cambio di tono e continua a cantare come se sotto ci fosse qualcosa di oscuro e plumbeo. Il risultato alla fine è gradevole, ma un poco straniante.

Insomma, The Plague Within è, come dire… boh? Sicuramente un ascolto alquanto curioso per chiunque abbia avuto a che fare con la band negli ultimi anni, immagino già chi strillerà l’immancabile “un grande ritorno alle origini!!”. In questo i metallari vivono di convenzioni e di tradizione, son peggio di vostra nonna. Bah, sì, può essere pure un ritorno alle origini, ma se per suonare più aggressivi, i nostri devono scordarsi di scrivere pezzi decenti, allora direi che è tempo perso. Insomma, speriamo meglio, nel frattempo rimetto Beneath Broken Earth.

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