Non c'è più il jazz di una volta

KAORU ABE: Non c’è più il jazz di una volta (e ‘sticazzi) #5

jazz 2

Butta via il grammofono

Piantala col telegrafo

Con ‘sto swing ora basta

Voglio solo roba molesta

È questo il jazz che ho in testa

“Topo Gigio sei veramente fortissimo! Potresti venire a distruggere un concerto jazz?” “Sì, certo. AAA” SDRSH

Introduzione (incredibilmente lunga, ma che cazzo volete? Sono un noto chiacchierone) Il Giappone è una terra anomala e non è un segreto per nessuno. Questo essere obliqui ad ogni costo si riverbera in ogni sfumatura della cultura del Paese del Sol Levante, che si tratti di cinema (da Kurosawa e Ozu a Seijun Suzuki e Takashi Miike), di letteratura (l’immensità di Mishima, la classe “anglosassone” di Ishiguro o la vena jazzy di Murakami Haruki) e, infine, al nostro pane quotidiano ossia la musica. Il mondo delle note nell’ultimo baluardo dell’estremo Oriente è una terra fantastica e “ingarbugliata”, seppur ordinata come è d’uopo sia per i canoni di correttezza nipponica. Ciò che è sicuro è che all’interno di questo ordine confuso delle cose non ci sono mai stati veri e propri limiti o confini. Sono isolani, è giusto che sia così. Di estremo non c’è solo la posizione geografica di questo fazzoletto di terra ma anche l’approccio alla musicalità. Qualsiasi sia il vostro campo da gioco preferito troverete di che godere. Dal pop anfetaminizzato delle Idols e codazzo di fan impazziti fino alle frange più estreme di ogni genere possibile e immaginabile, tutto è teso all’oltraggio della forma. In un Paese follemente tradizionalista l’arrivo delle anomalie in musica deve aver dato alla testa alle generazioni cresciute negli anni ’70 e ’80 dando i natali a diversi tipi di mostri. Prendete la scena hardcore, infettata senza pietà dalla velocità e dalla ferocia statunitensi e filtrata da un’attenzione al suono e alla forma proprie del proprio DNA, mostri sacri come The Stalin e il loro brutale clashismo infetto, o la rabbia dei Gauze e via dicendo, ma senza mai fermarsi, trasformandosi, divorando elementi in ogni dove fino ad arrivare ai Melt Banana. E che dire della psichedelica e di tutte le sue malate declinazioni? Gente come i Mainliner e il loro folle leader/chitarrista Kawabata Makoto che darà i natali agli ormai leggendari The Acid Mother Temple, o ai Boris, attestatisi ormai come signori dello stoner internazionale ma incapaci di “stare al loro posto”, immergendosi fino alla punta dei capelli nel j-pop. Insomma, la sottile linea che divide i generi per i giapponesi è uno scherzo, ma la serietà con la quale viene oltrepassata è pura classe. Così avviene nel jazz. Una folle masnada di improvvisatori tira fuori la testa dai classici jazz club narrati da Murakami, sfancula gli standards mostrando gli attributi, pronta a scopare con l’ignoto. L’anomalia avanguardista è un mare mosso in cui l’Occidente si tufferà a bomba. Lo farà John Zorn con la sua etichetta Avant! (e poi con la serie “New Japan” della Tzadik), sposando con i suoi Naked City, tra le altre cose, la causa della follia di Yamantaka Eye di casa Boredoms, lo faranno Ambarchi e O’Rourke accompagnandosi a quel pazzo scatenato di Keiji Haino, e pure il Nostro Eraldo Bernocchi avrà qualcosa da dire al fianco di Toshinori Kondo. È pur vero che Haino e Eye non fanno parte davvero del jazz dagli occhi a mandorla ma, ve l’ho detto già parecchie volte, qui i confini sono labili.

ABE-Karou-yuji-itsumi copia

Svolgimento (abbastanza corto e confuso, volendo, ma ringrazio Nick Cain per le notizie in più in quel marasma di nulla che è la biografia di Abe su Internet) Arriviamo al dunque. In questa puntata tradirò il titolo che ho scelto per la rubrica e vi parlerò del passato, di un passato futuribile, e futurista anziché no, impossibile da catalogare come passato vero e proprio, tanto che potrebbe avvenire oggi. Il protagonista di questa paginaccia zeppa di informazioni buttate dentro alla rinfusa è una leggenda del jazz d’avanguardia e porta il nome di Kaoru Abe. E come tutte le leggende che si rispettino Abe è morto nel 1978 a soli 29 anni. Terribile per una serie infinita di motivi. Il dolore proveniente dalla cultura jazz s’incarna perfettamente in questo ragazzo e nella sua musica folle e disastrosa. Al suo fianco e tra le sue labbra un sax alto e un clarinetto e nella testa una psicosi veloce e lucifuga, coi piedi piantati per intero nella (s)grammatica del free jazz più oltranzista e “cattivo”. Di sé Abe diceva “Voglio diventare più veloce di chiunque altro. Più veloce del freddo, dell’uomo solo, della Terra, di Andromeda. Dov’è il crimine in tutto ciò?” e lo è stato, eccome se lo è stato. A 17 anni lascia la scuola e se ne va a a Shinjuku, città fulcro di una cultura in rapida crescita. Qui si getta a capofitto sul sax alto, imparandone la tecnica da autodidatta, in barba alle convenzioni sociali proprie del suo Paese natale. I giovani jazzisti giapponesi iniziano a suonare con i senpai per poi dilettarsi con la musica d’insieme coi propri comprimari e solo dopo aver seguito questo iter debuttano. Abe è un “anarchico” sin da queste nozioni base, non ha un maestro e non vuole compagni, si allena per ore in posti insensati come la corsia d’emergenza dell’autostrada Tokyo-Yokohama vicino a casa sua, imparando così a far gridare il suo sax, sopra ogni cosa, sopra le auto, sopra le città, senza un confine (leitmotiv di questo articolo, a quanto pare). E dunque Abe è un uomo “solo”, quasi impossibilitato a suonare con gli altri a causa del suo essere sopra le righe, e non solo. Debutta quindi a 19 anni, ma i responsi tardano ad arrivare ma il nostro giovane psicopatico non ha fretta e nel 1970 inizia ad esibirsi in alcuni locali del quartiere a luci rosse di Shinjuku, e i racconti delle sue gesta improbabili dietro al sassofono diventano presto leggenda tra i musicisti fino ad attirare a sé un altro anomalo del jazz nipponico, il chitarrista Masayumi Takayanagi (che più avanti incrocerà la sua strada con quella di Keiji Haino). E così l’idea di solitudine di Abe si interrompe per la bellezza di tre dischi (“Kaitai Teki Kohkan”, “Mass Projection” e “Gradually Projection”). I due sono fuori da ogni qualsivoglia regola, che sia quella di mantenere il jazz negli standards o di incuneare il rock verso ritornelloni atti alla vendita, mischiano il tutto estremizzandolo, dando all’improv di questo tipo una nuova forma, più fulgida e bastarda. I puritani li ripudiano, e loro non fanno nulla per controvertite questa tendenza. La vita del giovane Kaoru prende una piega disastrosa nel momento in cui la droga e l’alcol fanno capolino sulla sua strada. La velocità delle performance e la loro ferocia raddoppiano ma quasi nulla di ciò vedrà la luce con l’artista ancora in vita. Abe doveva essere un gran bastardo, e chissà come diavolo poteva comportarsi con i businessman delle etichette musicali, tant’è che molte dei suoi dischi sono usciti postumi, molti di essi editi dalla P.S.F. Records, ghiotta di follia (nel suo roster i succitati Mailiner, The Acid Mother Temple, Haino, i giapponesi Ghost (nulla a che vedere coi Ghost che immaginate voi) e anche i Six Organs Of Admittance). Il sassofonista più veloce d’Andromeda si concede anche, nel 1971, un bel tour delle università, una cosa che poteva accadere solo in questi anni, oltre a diverse scorribande al fianco di Toshinori Kondo e nientemeno che di Derek Bailey (li trovate entrambi su “Aida’s Call” registrato nel 1978, sorta di canto del cigno? Who knows). La vita di mr. Kaoru precipita anche a causa del suo matrimonio con la scrittrice Suzuki Ikumi, un’unione fatta di violenza ed abuso di sostanze (magistralmente immortalata nel film sulla vita del jazzista alieno “Endless Waltz“, 1995 regia di Koji Wakamatsu). Abusi che costeranno la vita al musicista, l’overdose è dietro l’angolo ed arriva nel 1978, troncando un percorso folle, ma in piena evoluzione. Ma già nel 1975 il Nostro chiamava la morte a gran voce con il suo più grande disco

KAORU ABEMORT À CRÉDIT (ALM Records 1983)

mort a credit

Non c’è da stupirsi se il sassofonista di Shinjuku scelga proprio Celine come ispirazione per questo album. Entrambi reietti, odiati, non capiti, violenti. Così “Mort à Credit” risente della tristezza dello scrittore francese, del tormento della solitudine, di una ferocia assopita, il tutto divorato dal volume anche quando dovrebbe essere in punta di piedi. Registrato nel 1975 in piena solitudine in due location chiave per quanto riguarda il jazz nipponico ossia l’Iruma City Hall e l’Aoyama Tower Hall, viene da chiedersi davanti a quante persone. Il sax alto e il sopranino vengono divelti e divorati, la melodia si intestardisce su temi affamati di chiarezza per poi autodigerirsi e impazzire, tanto da sembrare una chitarra elettrica in piena psicosi. I germi dello Zorn che sarà fanno capolino sulle improvvisazioni al sax alto, sincopi allucinanti, alternarsi di velocità parkeriane e lentezza che lecca il culo a Coltrane, sintomi noise che torneranno utili al connazionale Merzbow, viaggi allucinanti dal minutaggio insensato (quasi tutte sopra i trenta minuti) in un lancinante susseguirsi di disperazione senza fine.

Ad oggi il più avanti di tutti.

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