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Bologna Violenta – Discordia

2016 - Overdrive
avant / grind

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Tracklist

    1.Sigle di telefilm
    2.Il canale dei sadici
    3.Incredibile lite al supermercato
    4.Un mio amico odia il prog
    5.Il tempo dell'astinenza
    6.Leviatano
    7.Chiamala rivolta
    8.L'eterna lotta tra il bene e le macchine
    9.I postriboli d'Oriente
    10.Binario morto
    11.Discordia
    12.Lavoro e rapina in Mongolia
    13.Il processo
    14.Passetto
    15.I felici animali del circo
    16Colonialismo

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Is two better than one? Dopo l’ascolto di questo nuovissimo disco del progetto Bologna Violenta la risposta affermativa è inevitabile.

È all’insegna della discordia che si apre il quinto capitolo della prolifica carriera musicale di Nicola Manzan, questa volta non più solo, ma accompagnato dal batterista marchigiano Alessandro Vagnoni, noto per le  infuocate acrobazie ritmiche realizzate con band quali Infernal Poetry, Dark Lunacy, Resurrecturis e The Shell Collector. Se già con i precedenti lavori firmati Wallace Record (Utopie e piccole soddisfazioni 2012, Uno Bianca 2014) Manzan era giunto a sfiorare i massimi livelli di sperimentazione, creando mirabolanti impasti sonori intrisi di grind, metalcore, avant-rock, noise e musica classica, qui il gioco all’incastro sembra raddoppiare, a partire dalla lunghezza delle tracce che, pur mantenendo il loro tipico formato sintetico, si allungano e diminuiscono in quantità (solo 16, rispetto alle 21 e alle 27 delle due precedenti full lenght).

Ad aprire le porte è Paolo Polon con l’incredibile intro al piano di Sigle di telefilm, che rende omaggio al titolo dell’album attraverso una brusca discrasia tra l’andamento possente della linea melodica e il sound blando che, invece, il titolo del pezzo vorrebbe suggerire. Infatti, al minuto 1.33 arrivano le scariche di riff distorti che da sempre caratterizzano l’acustica al vetriolo di Bologna Violenta. E da qui in poi le danze sono aperte: si susseguono tracce sempre più aggressive, attraversate da bruschi cambi di tempo, ritmiche noisecore inframezzate da improvvisi stacchi jazz fusion (Incredibile lite al supermercato), fraseggi progressive (Un mio amico odia il prog) seguiti da ritmi sincopati accompagnati dall’ondeggiante suono degli archi, sempre in evidenza (Il tempo dell’astinenza) oppure dai fiati  (penso a Leviatano, dove a far da controcanto a brevi intermezzi quasi punk e quasi black metal troviamo l’ottone pesante) e, addirittura, dal charango (Colonialismo).
Insomma, tra voci vere e pezzi campionati (L’eterna lotta tra il bene e le macchine; Lavoro e rapina in Mongolia), tracce che ricordano colonne sonore di kolossal (I postriboli dell’oriente), bruschi rallentamenti (Binario morto) e sadiche aggressioni alla struttura della linea melodica, (un esempio su tutti Discordia, che non a caso dà nome all’album stesso, ponendosi quale perfetto simulacro della dissonanza), il duo arriva ad osare al massimo grado, senza tuttavia scadere nel forzato o nel banale.

Il nuovo album, pur restando fedele alla linea precedente, risulta certamente più maturo, tecnicamente più controllato nelle sue complesse dinamiche interne. Bologna Violenta si pone così davvero ai livelli sperimentali di John Zorn e di Mike Patton, facendo leva su arrangiamenti estremi, esuberanti commistioni sonore alla Fantômas, andamento degli archi che in alcuni punti salienti sfiora lo stile barocco e, soprattutto, sulla sintesi. Un caleidoscopio di generi e attitudini volutamente “discordanti” dà vita ad un amalgama sempre calibrato, compresso in tracce dalla lunghezza media di due minuti. Il tutto è destinato a tingersi inevitabilmente di acrimonia, la stessa che solo un disco “ispirato agli esseri umani che dedicano la propria vita a mettersi gli uni contro gli altri per avere poi un unico, comune finale: la morte” – per usare le parole dello stesso Manzan – può elargire al suo pubblico fedele.

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