Il Collezionista Di Ossa

Converge, Wolves In The Throne Room, Boris: Il Collezionista Di Ossa #30

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Camminando nei meandri oscuri dei magazzini di Impatto Sonoro ci siamo imbattuti in molti cadaveri, interessanti resti umani che il tempo ha dimenticato e che abbiamo deciso di riportare alla luce per non lasciare alla polvere. Afflitti dalle nostre turbe ci sentiamo un misto tra The Bone Collector e Karl Denke. Presentarvi direttamente il corpo non sarebbe abbastanza frizzante, pertanto ci siamo imposti che ogni numero di questa rubrica sarà composta da tante piccole falangi tagliate che vi doneremo come pillole. Starà a voi seguire le tracce al suon di musica e arrivare goduriosamente al corpo del reato.
Recensioni di dischi finiti nel dimenticatoio, ristampe di glorie del passato, bootleg, archivi musicali e nuove uscite in formato musicassetta.
Dalla minimal wave all’industrial, passando per gruppi underground est europei, giapponesi e catacombe innominabili.

A cura di Fabio Marco Ferragatta.

CONVERGE – YOU FAIL ME (REDUX)

(Epitaph/Deathwish Inc. – 2016)

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Per i “vecchi”, gli esperti, i fan sfegatati, i pazzi affamati di violenza in tempi dispari, i punk che odiano il punk da ormai un sacco di anni, questa è storia “passata”, sanno già benissimo cosa succede quando si mette su “You Fail Me” dei Converge. Lo sanno perché sono passati già DODICI anni dalla sua uscita. Era il 2004 ed ero al (fu) negozio di dischi della mia città ed ero fresco dell’acquisto di “The Empire Strikes First” dei Bad Religion avvenuto giusto la settimana prima quando il proprietario se ne esce con questo dischetto dalla copertina nera raffigurante una mano e un polso ricucito da profonde ferite e mi fa “prendi questo, esce per l’etichetta della band di Brett Gurewitz. Questi Converge fanno punk, o hardcore. In realtà non fanno un cazzo che tu abbia mai sentito finora”. Tornato a casa e messo su il CD nella mia lurida radio non ho pensato subito “aveva ragione”, mi sono ritrovato a dire “Cosa cazzo fanno questi pazzi? Il suono è disumano, pazzesco, perfetto “. Ero giovane e ignoravo molte cose, ma da quel momento in poi tutto mi fu chiaro: un mondo di luridume, violenza, odio, amore, sconfitta ed elettricità post-apocalittica si era dischiuso davanti a me. Ecco, questa storia è per tutti coloro che ancora devono scoprire questo mondo. Per i giovani, i curiosi, per coloro che ancora non sanno cosa vuol far suonare questo album tra le pareti di casa arriva “You Fail Me (Redux)” che perfeziona ulteriormente qualcosa che già in origine era ad un livello pressoché inarrivabile. Kurt Ballou rimette mano sulla produzione e ciò che ne scaturisce è puro diamante. Tutti gli strumenti al loro posto, chiari e bilanciati, fuori dal cappello gli orpelli che prima erano sepolti dalla devastazione, la voce di Jacob Bannon che esce come mai prima d’ora, i testi in tutto il loro splendore asfissiante prendono una forma e un colore mai sentito e la violenza arriva a livelli terrificanti. Il nero della copertina originale si tramuta in un bianco asettico, che svuota le interiora, all’interno campeggia la scritta “LIVING EVERYDAY/DYING EVERYDAY” e quando la leggi, prima di scorrere i testi, sai che è tutto vero. Sai che questo è il disco perfetto che ha sfondato tutte le barriere. Dopo i Botch e i Refused c’era ancora qualcosa da fare, da dire, da distruggere e qualcos’altro da ricostruire. E nel 2016 c’è ancora tanto da rimettere insieme e bisogna partire dalle basi per comporre un caos debilitante in questo mare di uscite putride e cloni inconcludenti, e questo è il modo migliore di farlo. Per tutti i reduci del vecchio mondo e le vittime di quello nuovo mettere questo disco sul piatto può assumere un altro significato.

WOLVES IN THE THRONE ROOM – DIADEM OF 12 STARS

(Artemisia Records – 2016)

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Per rinnovare un genere da qualche parte si dovrà pur cominciare. I Wolves In The Throne Room lo fanno da qui, dalle basi e dalle origini di un genere nato per contrastare la massificazione della controcultura metal e che è finito per essere terra di conservatori ciechi e, soprattutto, sordi a tutto ciò che esulava dalla materia principale del black metal. Considerato dagli stessi creatori il disco più feroce e “punk” della loro discografia “Diadem Of 12 Stars” è il vagito esplosivo di ciò che sarà il black (soprattutto statunitense) da qui in poi. E, così come il punk, diventato il genere meno reazionario possibile, anche il metallo nero ha subito negli anni la stessa, impietosa sorte. Nel 2005 i tre di Olympia (qui ancora completati dal chitarrista Rick Dahlin) si rinchiudono nei Louder Studios di San Francisco assieme al produttore Tim Green (che negli anni ha prodotto e mixato una sequela di ottimi artisti del disastro come Melvins, Earthless, Six Organs Of Admittance, Sleater-Kinney ecc.ecc.) per dare i natali al proprio esordio, il tutto rimasterizzato oggi a dovere da Jason Ward (anch’egli veterano del disagio che annovera la sua presenza sui lavori dei Mamiffer di Aaron Turner, Black Mountain, Marissa Nadler, Sunn O))), Liturgy e chi più ne ha più ne metta) e corredato da un artwork tutto nuovo, con le foto della band rielaborate dai negativi originali, pregne dei simboli a loro tanto cari. Il freddo della Norvegia si palesa ben presto nelle foreste dell’immaginifica regione della Cascadia e si addensa nelle quattro tracce che vanno a formare il diadema delle dodici stelle. E anche questa è “storia passata” per chi divora il genere senza paraocchi, ma per chi ignora tutto ciò a cui va incontro facendo girare questo piccolo gioiello nero sul proprio stereo è un devastante misto di ciò che è stato e ciò che sarà, tra violente cavalcate epiche che mischiano senza pietà né timori Emperor e Bathory, grida disumane e luride al limite del crust, trasognati inserti acustici come solo i primi Ulver sono riusciti a fare, eterei sospiri vocali (magistralmente orchestrate da Jamie Myers dei Sabbath Assembly, e che ritroveremo su “Malevolent Grain“), chitarre taglienti come rasoi figlie dello spirito industrial statunitense proprio del signor Gira, frenate repentine ed accelerazioni urticanti. Tutto assieme, tutto tracotante spiriti lunari e mortiferi, legati alla natura e alla solitudine dell’uomo che l’affronta. Suonava nuovo dieci anni fa, suona avanti ancora oggi. Indispensabile? Sì. Si mettano pure il cuore in pace i puristi che ancora non l’hanno fatto. Qui c’era il futuro, e oggi ne siamo sommersi.

BORIS – PINK

(Sargent House – 2016)

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I Boris non si sono mai fatti mancare uscite ufficiali, ufficiose, EP, collaborazione assurde, dischi infiniti, doppi/tripli, da suonare contemporaneamente, addirittura due versioni dello stesso album a seconda del Paese di uscita. Insomma, se negli intenti musicali i tre giapponesi col pop non vogliono avere un cazzo a che fare (eccezion fatta per la stranezza allo zucchero di “Attention Please” che gratifica tutti i pruriti J-Pop della band) nei fatti il materiale “collezionabile” è davvero tanto. Una necessità che scaturisce forse dagli usi della pop-culture della Terra del Sol Levante, o semplicemente dall’essere essi stessi collezionisti, ad ogni modo ogni singola uscita, per quanto assurda, ha il suo perché, e va a costruire una discografia micidiale, fatta di alti altissimi e bassi sempre sopra la media del resto del mondo stoner/drone/doom/noise o come cazzo volete chiamarlo. Sarà che parlo da fan, sarà che questi tre continuano ad azzeccare il 90% della produzione, ad ogni modo ogni volta è solluchero e voglia di suonarli ad un livello bestiale. Oggi tocca alla ristampa di “Pink“, decimo album di Atsuo/Takeshi/Wata, e forse uno dei migliori dell’intero corpus della band. ad opera della Sargent House, fucina di stranezze non sempre “da urlo” ma sicuramente sfiziose. A rendere interessante il tutto è, in primis, l’artwork, ripescato l’originale della versione giapponese edita dalla Diwphalanx Records (già casa di Antiseen, Church Of Misery, Balzac e via dicendo) ed accantonato quella della versione pubblicata dalla Southern Lord, si presenta in una confezione cartonata contenente i tre LP (o i due CD) che ingolosirà i nerd d’alta scuola come il sottoscritto. Il primo disco contiene la versione di “Pink” in tutta la sua bellezza originale, niente remastering né altre amenità di sorta, così era nella versione “primordiale” così è ora, mentre fa drizzar orecchie (e non solo) la presenza degli altri due vinili contenenti “Forbidden Songs“, nove brani ripescati dalle sessions originali dell’album e finora inediti. Il livello è micidiale e non ha nulla da invidiare al disco principale. Deve essere stato difficile scartare brani come questi dal mix originale perché la cifra artistica è davvero alta, che siano fucilate in odor di Motörhead/Stooges (“SOFUN“, “Are You Ready?“), bordate heavy stonerdoom (non/sha/lant“, “Heavy Rock Industry“, la splendida soundgardeniana “Talisman“), toccate shoegaze in punta di piedi e grondanti melodia (“Room Noise“, “Your Name Part 2″) o assurdi monoliti blues (“N.F. Sorrow” è un capolavoro). Qual che sia l’uscita i Boris riescono sempre a tirare fuori dal cappello qualcosa di assurdo, e vi consiglio caldamente di assistere a questo spettacolo di magia tanto colorato quanto pesante.

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