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Green Day – Revolution Radio

2016 - Reprise Records
punk rock

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Tracklist

01. Somewhere Now
02. Bang Bang
03. Revolution Radio
04. Say Goodbye
05. Outlaws
06. Bouncing off the wall
07. Still breathing
08. Youngblood
09. Too dumb to die
10. Troubled Times
11. Forever Now
12. Ordinary world

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In fondo, dopo la trilogia “¡Uno!”, “¡Dos!”, “¡Tré!” il trio californiano può solo che risalire.
E ripesca un po’ da quel tanto controverso “American Idiot”. Ma anche più indietro, dalla ruvidezza di “Dookie”.
Quasi un ritorno alle origini, all’antica rabbia ed energia, a quel punk rock velenoso. Con meno forza, certo. Ma una lieta sorpresa.

La rivoluzione parte con “Somewhere Now”, finta ballata che esplode di colpo per poi proseguire con la carica dei singoli che hanno anticipato l’uscita dell’album: “Bang Bang” e la title-track “Revolution Radio”, due chiari e martellanti rimandi al punk veloce ed arrabbiato ma in qualche modo pulito di “American Idiot” (delle nuove “Holiday” quasi, hit forsennate, furiose e coinvolgenti). I toni si fanno leggermente più morbidi, la guerra si sospende ma senza alzare bandiera bianca, con la ripetitiva ma trascinante “Say Goodbye” e soprattutto con la rock ballad “Outlaws”, malinconica nella sua potenza, per poi scatenarsi di nuovo con “Bouncing Off The Wall” e perdere di nuovo intensità con “Still Breathing”, pezzo più riflessivo. Il fuoco riprende nella rovente “Youngblood” e nella nervosa “Too Dumb To Die”, una spinta verso la freschezza e la rabbia giovane di “Dookie”, rabbia che rimane alla base di “Troubled Times”, brano schietto ma più disteso.
Vera chicca di tutto il lavoro è “Forever Now”, traccia di sette minuti divisa in tre parti che ricorda nella struttura quell’autentico romanzo in musica che è “Jesus Of Suburbia”, mutevole e poliedrica. Le armi cadono a terra con “Ordinary World”, pezzo solo voce e chitarra sospeso tra speranza e disillusione.

Il solito impegno sociale, la dura denuncia verso un mondo che ha perso i punti di riferimento, uno scenario alla deriva raccontato dal punk rock maturo ma in fin dei conti sempre genuino dei Green Day. Dopo la delusione della trilogia, Billie Joe Armstrong e soci si sono rimboccati le maniche, tornando a pestare chitarra, basso e rullante, con la lucidità di adesso ma con un tocco di quel furore che si era un po’ perso. Non un capolavoro, certo, ma comunque un buon punto dal quale ripartire.

Deciso. Energico.
La fiamma brucia ancora. La rivoluzione continua.
Bentornati.

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