Menu

Recensioni

Roger Waters – Is This The Life We Really Want?

2017 - Columbia
rock / pop

Ascolta

Acquista

Tracklist

  1. When We Were Young
  2. Déjà Vu
  3. The Last Refugee
  4. Picture That
  5. Broken Bones
  6. Is This The Life We Really Want?
  7. Bird In A Gale
  8. The Most Beautiful Girl In The World
  9. Smell The Roses
  10. Wait For Her
  11. Oceans Apart
  12. A Part Of Me Died

Web

Sito Ufficiale
Facebook

Per chi fosse arrivato da poco sul nostro pianeta e non lo conoscesse ancora, Roger Waters è un musicista con un passato ingombrante: autore, bassista e cantante dei Pink Floyd una delle più importanti band della storia del rock. Classe 1943, un’infanzia segnata dalla perdita del padre nella seconda guerra mondiale (proprio in Italia ad Aprilia), ha incentrato i suoi testi principalmente sulle degenerazioni sociali umane: prima fra tutte proprio la guerra. Ha scritto testi e musiche di album come “The Wall”, “Animals” e “The Final Cut”, album fondamentali nella storia del rock, che hanno fatto paragonare la sua scrittura a quella di grandi parolieri come Bob Dylan e Neil Young.

Nel 1985 ha abbandonato i Pink Floyd per intraprendere la carriera solista; un’uscita non indolore, con strascichi anche giudiziari legati all’utilizzo del nome della band che Waters riteneva non dovesse più essere utilizzato una volta conclusa la sua esperienza all’interno del gruppo.

Quando fu dato l’annuncio di un suo nuovo album prodotto da Nigel Godrich (produttore dei Radiohead, Air, Pavement, R.e.m. solo per citarne alcuni) il seme dell’impazienza si era insinuato nelle menti di molti, anche perché erano trascorsi 25 anni dal suo ultimo lavoro (se si esclude “Ca Ira”, opera lirica del 2005).

In questi 25 anni il mondo è cambiato molto, nel 1992 il muro era appena crollato e la coscienza sociale collettiva era al massimo della sua espansione. Le dittature europee erano al termine dei loro giorni e stava nascendo la speranza di una società più libera, più incline ad assecondare una crescita degli individui. In realtà quella speranza ebbe vita breve, ed oggi non ne è rimasto nulla. La storia ha seguito un corso differente, e la società che ne è derivata è quella in cui ci troviamo oggi, fatta di paure del diverso, di “social ignoranza”, e il cui specchio è una classe politica decadente pronta a svendere ogni valore al miglior offerente.

Sono queste le motivazioni che probabilmente hanno spinto un maturo Roger Waters a tornare ad esprimere la sua opinione, nell’unico modo con il quale avrebbe potuto farlo: la musica.

L’ascolto di “Is This The Life We Really Want?” non può prescindere dai testi, e già il titolo dovrebbe indurre l’ascoltatore a comprendere che il viaggio che si sta per intraprendere non sarà semplice. È come se l’autore si fosse fatto carico di risvegliare le coscienze sopite, uno schiaffo lanciato anche ai suoi colleghi rei di non aver fatto fino in fondo ciò che era necessario. In questa ottica rientra la polemica nata fra Waters e Thom Yorke in merito al concerto dei Radiohead in Israele, che l’ex Pink Floyd aveva chiesto fosse annullato per le gravi ingerenze dello Stato sui territori contesi di Gaza.

Punto di non ritorno della decadenza sociale del nostro tempo è l’elezione di Donald Trump, e questo album è un manifesto contro tutto ciò che Trump e la sua politica rappresentano, per diretta ammissione dell’Autore. Il Presidente americano è apostrofato come “pig” e “leader senza cervello”. Nell’album stralci di discorsi di Trump si sentono in sottofondo, sviliti e umiliati dalle tematiche che verranno affrontate nelle singole canzoni.

Si va dalla perdita della speranza nell’umanità, passando dall’ipotesi di sostituirsi a Dio per ottenere un risultato migliore in “Déjà Vu”, fino ad arrivare all’addio definitivo del sogno americano trasformato ormai in “bullshit and lies” nella bella “Broken Bones”.

Ma non manca spazio per il dramma dei rifugiati e del loro esodo verso terre ignote ed altrettanto inospitali, come in “The Last Refugee”; o ancora in “Bird In A Gale” dedicata ad Aylin, il piccolo bambino siriano di tre anni morto su una spiaggia turca le cui immagini fecero il giro del mondo. Una foto che avrebbe dovuto colpirci come un montante al fegato che stende anche il più duro dei pugili, ma che probabilmente ci ha portato solo ad aggiungere una faccina triste in reazione, e poi giù a scorrere verso la prossima notizia. È questa indifferenza, questa totale mancanza di reazione quella contro cui si scaglia Waters.

Trattandosi di un album però, anche l’aspetto musicale merita la giusta considerazione, partendo dal fatto che una coppia come Waters/Godrich genera altissime aspettative. Queste ultime sono state in parte disattese, perché se l’attenzione sui testi di Waters si è evoluta verso le tematiche sociali odierne, non altrettanto è accaduto alla sua musica. Il bagaglio sonoro dei precedenti lavori è interamente traslato sui nuovi brani, probabilmente per avere una confort zone musicale, dove far sì che fossero i testi ad avere maggiori attenzioni.

Le chitarre acustiche, molto presenti nell’album, così come tutta le sezioni ritmiche richiamano molto quelle di “Wish You Were Here” o “Dark Side Of The Moon, mentre sulle tastiere si è concentrato maggiormente il lavoro di Godrich, in grado di elaborare le sonorità e le ambientazioni caratteristiche come quelle dei Pink Floyd, utilizzando le maggiori possibilità offerte dai moderni strumenti dei nostri giorni, senza stravolgere il disegno originario. Inoltre, le continue citazioni del passato musicale delegano alle tastiere il non facile compito di colmare il vuoto che, nell’ascoltatore più smaliziato, è dato dall’assenza della chitarra di David Gilmour. Bellissime le sezioni di archi di “Déjà Vu” che sostengono in modo sontuoso la voce di Waters, che cresce di intensità durante il brano fino a divenire un urlo. Gli archi presenti anche in “Broken Bones”, intrecciati in un dialogo costante con la chitarra acustica conferiscono al brano una misurata eleganza. Il brano dove la collaborazione fra l’autore e il produttore ha dato i suoi migliori risultati è decisamente “Picture That”, dove l’intro tipicamente Floydiana lascia spazio ai synth che partono a meta del brano per poi farsi da parte lasciando la scena al coro, altro elemento tradotto dal passato, tornando poi ad essere protagonisti sul finale. Brano bello ed intenso, il migliore dell’album.

Il maggiore impatto di Godrich è invece nella title track, “Is This The Life We Really Want?”, nella quale emergono molti elementi di novità sempre rielaborati in ottica “retrò”, comunque fedeli ad uno stile difficile da cambiare.

“Is This The Life We Really Want?” è un album diretto, deciso, senza esitazioni. Una voce matura di un uomo sensibile che, seppur incapace di indicare soluzioni reali, vuole urlare a tutti che la strada intrapresa dalla nostra società non può essere quella che realmente vogliamo; un invito a riflettere in modo più consapevole e meno “mediato”.

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Altre Recensioni

Close