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Sólstafir – Berdreyminn

2017 - Season Of Mist
rock / psych / avantgarde

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Tracklist

1. Silfur-Refur
2. Ísafold
2. Hula
3. Nárós
4. Hvít Sæng
5. Dýrafjörður
6. Ambátt
7. Bláfjall
8. Svart Blóð
9. Samband I Berlin


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I Sólstafir non sembrano voler cedere il passo a nessuno. “Berdreyminn” è la naturale evoluzione del precedente “Ótta” che già in parte diceva addio al gelo debitore a tanto post- che i nostri, in passato, solevano colare nelle proprie creazioni.

L’album è dunque l’estremizzazione di quelle sonorità puramente Seventies già sentite nel suo predecessore, portate ancor più in là e ammantate di una produzione sulfurea a dir poco, ancora una volta in mano a Birgir Jón Birgirsson, già dietro le quinte di alcuni lavori dei conterranei Sigur Rós, nonché di “Shelter” degli Alcest (un disco a caso eh, signori) e Aðalbjörn Tryggvason, cantante/chitarrista del gruppo, ma questa volta affiancati da Jaime Gomez Arellano che vanta un curriculum niente male che spazia dai Guapo ai Paradise Lost, passando per Ulver e Oranssi Pazuzu. Come se non bastasse, miei cari nerd del banco mix, a donare un vestito di classe a questo lavorone troviamo un signore chiamato Ted Jensen che già prestò il suo magico tocco a, che so, Lou Reed, ai Fishbone, addirittura agli Alice In Chains ma anche ai Police. Cosa poteva dunque andar storto?

Assolutamente nulla, ovviamente. Infatti l’effetto ottenuto è davvero strabiliante e pronto ad incendiare orecchie, cuori, animi e via dicendo. Sparite le orchestrazioni eteree dall’afflato pagano? Proprio no, semmai poste a far da cornice ad un quadro dai toni più caldi di quello che ci si potrebbe attendere. Ad effige dell’andamento in tal direzione del disco si pone l’opener Silfur-Refur, a sua volta introdotta dalla “nascosta” title track ossia un conglomerato di micro esplosioni ambientali ben dosato, dal groove ultra-rock e dalle chitarre bollenti che manco Neil Young e subito incanalata dai contorni fugaziani della voce di Tryggvason, che aggredisce tutto ciò che può inchiodando al muro. La successiva Ísafold è avvolta da un manto kosmiche di natura ottantiana, incalzata dal caldo chitarristico, figlio infame degli anni di cui sopra, in cui si incunea un basso lanciato ai mille all’ora in una palude di geyser. Tradisce, invece, il sentimento che avvolge Hula e che richiama un ritorno al proprio recente passato, nonché a storie di popolazioni ormai dimenticate tra i ghiacci, in tutta la sua delicatezza post- e in un verbo kraut millenaristico.

Stesso si potrebbe dire dell’infinite sadness di Hvít Sæng, che accoppia un pianoforte di rara dolcezza a sciabolate di chitarra che guardano da vicino a Mick Harvey, ma a destare una volta per tutte il dolore della perdita in ricordi sconnessi e remoti è il toccante sfavillio di Dýrafjörður, che ci porta tra lacrime trainate da archi sanguinanti a stoccate elettriche che non possono non chiamare a gran voce un misticismo quasi preistorico, di certo perduto nelle nebbie del tempo. Nárós è una ballad di rock polveroso cullato tra le braccia di un dormiente gigante delle montagne che, una volta svegliatosi, mostra muscoli di granito indistruttibile infilzato da eleganti cori e da una bella dose di violenza imperitura. E sempre di cori di matrice sigurosiana è ricca la disadorna Ambátt, gioiello pop sotto la cui pelle chiarissima tesse trame flebili un basso gonfio come il cuore di un amante deluso. La sacrale Blafjáll dà il colpo di grazia in una battaglia elettrica senza pari tra mostri nascosti tra ombre dense come magma.

Come nei migliori film (leggasi deluxe edition) dopo i titoli di coda arriva altro, in questo caso due brani, ingiustamente strappati alla tracklist definitiva dell’album seppur molto simili tra loro: Samband I Berlin e il suo power pop assassino e muscolare di natura iperuranica impreziosito da fiati lontani e lo stomp da incubo di Svart Blóð.

Se “Berdreyminn” fosse uscito, che so, 30, 35 anni fa, a quest’ora staremmo parlando di qualcosa simile ad una pietra miliare, invece è uscito in questo infame 2017 e ci tocca donarlo ad un futuro incerto che più incerto non si può, nella speranza che non venga dimenticato da queste nuove generazioni tristi. Una lezione di classe che altrove non è riuscita, o solo per metà. L’Islanda, insomma, continua a partorire mostri stupendi.

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