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GlerAkur – The Mountains Are Beautiful Now

2017 - Prophecy Productions
post rock / shoegaze / post metal

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Tracklist

1. Augun Opin
2. Can't You Wait
3. Fagurt Er Á Fjöllum Núna
4. Hallalone
5. Strings


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Non si può dire che io sia un fan del post rock inteso come genere specifico e definitivo dopo la metà dei 2000, quello rimasto vittima di se stesso e dei pad melodici, per intenderci. Piuttosto amo l’etimologia propria di tutto ciò che si pone “al di là del rock”, libero dalle catene della forma canzone e dei suoi stilemi. Nel caso di GlerAkur, però, mi sento di poter fare un’eccezione.

Perché il progetto del compositore islandese Elvar Geir Sævarsson è proprio qui che si pone: al di là dei generi precostruiti. Certo, i rimandi alla musica altra ed aleatoria, soprattutto quelli appartenenti alla musica “nuova” della sua terra natia, sono più che mai evidenti ma fanno solo da base d’appoggio per qualcosa di ben più ampio.

The Mountains Are Beautiful Now” nasce come commento sonoro alla piece teatrale “Fjalla-Eyvindur og Halla” andata in scena nel 2015 al National Theatre Of Iceland e solo in seguito trasformato in un viaggio musicale atto ad essere fermato per sempre su un supporto fisico. L’album vive di prepotenti ambiguità, che sono la fissa di Sævarsson, messe in atto senza timore alcuno di confondere le idee dell’ascoltatore. Ma, attenzione, qui di confusione ce n’è ben poca.

L’ensemble dosa magistralmente i crescendo caratteristici della produzione cinematica che spesso albergano in lavori di questo tipo. L’immensità di lande desolate immobilizzate dal ghiaccio e da una notte sempiterna viene resa alla perfezione sui tocchi ambientali di Augun Opin e Fagurt Er Á Fjöllum Núna, quest’ultima terrificante mutazione di silenzio avvolgente in esplosioni di rumore meccanico, come a voler musicare una marcia di androidi sulla neve.

Can’t You Wait è sinonimo di shoegaze allo stato brado, ibrida com’è di sferzate metalliche e sintomi melodici di rara bellezza. Il silenzio e l’amarezza che proliferano nelle vacuità di Hallalone rendono l’idea dell’importanza delle chitarre e dei suoni sintetici del lavoro tutto, mischiandoli senza fatica in un’unica matassa di livida consapevolezza. Danze di guerra extraterrestri si mescolano nei 15 minuti della conclusiva Strings sulla cui vetta garrisce radioso un vessillo carico di epicità ultra heavy rock implosiva filtrata da chitarre roventi ed arcigne.

Quando un lavoro di suddetto genere si attesta più dalle parti di Philip Glass che dei Sigur Rós (pur chiamandoli in causa, ovviamente, più di una volta) è chiaro quanto alto sia il valore dello stesso. GlerAkur è un progetto pronto a strappare più di una lacrima a chiunque sia sensibile e non abbia alcuna remora a dimostrarlo. L’estate è già bell’e che finita.

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