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Björk – Utopia

2017 - One Little Indian
pop / experimental

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Tracklist

1. Arisen My Senses
2. Blissing Me
3. The Gate
4. Utopia
5. Body Memory
6. Features Creatures
7. Courtship
8. Loss
9. Sue Me
10. Tabula Rasa
11. Claimstaker
12. Paradisa
13. Saint
14. Future Forever


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Informazioni di base
Utopia” rappresenta il nono album da studio registrato da Björk. Ha una genesi piuttosto classica rispetto agli altri lavori dell’islandese. Il folletto dall’isola di ghiaccio ci ha abituati a un flusso continuo di prodotti nati dalla sua idea di arte. Effettivamente, lungo la sua carriera, è piuttosto difficile trovare un anno nel quale non abbia tirato fuori qualcosa dal cilindro, che sia la registrazione di un live o di un album di remix. “Utopia“, però, è il prodotto 0 dell’anno 1 della vita dell’islandese. Innanzitutto ci troviamo di fronte al lavoro inedito più lungo – relativamente al minutaggio – della sua carriera trentennale, con gli oltre 70 minuti di composizione. In secondo luogo, tutto il lavoro è stato realizzato insieme al producer Arca, così come in Vulnicura. A differenza del disco del 2015 però, dove i brani rivisti dal producer erano già stati composti nella loro interezza da Björk, qui siamo a livello di una collaborazione vera e propria nel processo di incisione.

Metodo
Il nuovo disco di Björk nasce in tre differenti step che comprendono un’iniziale composizione delle melodie, nate anche grazie alla spinta dello stesso Arca. A questa fase ha fatto seguito l’implementazione delle composizioni fatte con il flauto. Questa è la parte nella quale l’animo solitario e riflessivo della cantautrice islandese ha preso il sopravvento. Queste incisioni rappresentano un po’ il frutto dei periodi di “stacco” dalle attività promozionali quotidiane dell’imprenditrice Björk. Quei periodi nei quali l’artista si chiude alle pratiche sociali e si apre alla natura. Alla fine di tutto questo sono arrivati i testi, tutti buttati giù dalla cantautrice, ovviamente. Il materiale vive di un buon equilibrio e le parti di synth, così come suggerito dal producer, cercano di riprendere dei percorsi familiari, senza rompere la grande concentrazione di suoni che i fiati riescono a esprimere. L’anomalia, se vogliamo, è rappresentata dalle condizioni che hanno delineato il sound. Melodie e parti dei fiati sono praticamente appiccicate tra di loro, ma registrate in due contesti completamente diversi. Björk ha affrontato le prime in maniera più classica, mentre per le seconde ha scelto di ispirarsi alla natura selvaggia della sua terra di origine, componendo praticamente tutto “all’aria aperta”. Il singolo The Gate è un perfetto esempio di quanto appena scritto.

Obiettivi
La confusione è un po’ la caratteristica più lineare di questo album. Un brano come Loss vive di melodie piuttosto uniformi lungo tutto il lavoro e si arricchisce di una base sintetica, curata dal producer Rabit, che ne aumenta il grado di non linearità. Si ha quasi l’impressione che tutti quei manierismi e rimaneggiamenti siano stati aggiunti in seguito da qualcuno insoddisfatto della composizione originale. È un effetto piuttosto brutto nel complesso. Al di là delle semplici composizioni troviamo un disco dalle tematiche meno personali rispetto ai lavori più ispirati di Björk, ma al centro di tutto rimane la natura dell’essere umano, quasi da un punto di vista sociologico. Features Creatures è lenta e vuota ed è volutamente concentrata su particolari “coincidenze”, come a voler spiegare i sentimenti provati quando ci si approccia con qualcuno che ci somiglia molto. Lei ormai è diventata un animale prettamente musicale. Si vede proprio da questo lavoro che è pienamente concentrata sulla musica, mentre in passato succedeva che un determinato universo ne influenzava un altro.

Conclusioni
Dobbiamo accettare alcuni verdetti specifici quando si parla dei nostri artisti preferiti. Björk non fa eccezione. Per quanto questo lavoro possa ricevere il benestare della critica, è indispensabile riconoscere come ormai ci si trovi di fronte a un prodotto ben poco suggestivo. È come quando la Disney ti comunica che è in arrivo un nuovo episodio di Pirati dei Caraibi. L’entusiasmo rimane, perché sai che vedrai un grande Johnny Depp fare il figo, però sei sempre in dubbio se andare al cinema a vederlo. Il folletto islandese è ampiamente in credito con il mondo della musica e nessuno oggi ha ancora raccolto in maniera adeguata la sua eredità. Tutti hanno studiato male il lavoro di Björk. Quindi, le sue idee in generale rimangono migliori e più accattivanti rispetto a proposte alternative. “Utopia“, intendiamoci bene, è anche ben contaminato grazie alla collaborazione con Arca, ma manca di attrattiva. Ci sono elementi talmente tanto estranei rispetto all’omogeneità del prodotto che sembra quasi che i due non si siano incontrati mai nemmeno per sbaglio per le registrazioni. I livelli sono quelli anonimi di Volta. Ci sono contenuti quasi forzati e questo è piuttosto sorprendente. A questo punto – dopo aver prodotto “Vulnicura” appena 2 anni fa – Björk avrebbe potuto scegliere un tipo di strada diversa, magari che la allontanasse per un po’ da uno studio di registrazione. Prendiamo per assumibile il paradigma che spiega la libertà artistica di un musicista con una carriera così importante: fare quello che vuoi sarà la tua unica legge; non è un crimine in sé, ma è doveroso poi contabilizzare un certo quantitativo di malcontento. Björk è un’artista gigantesca e proprio come la cometa di Halley dovremo attendere il 2061 per vedere qualcosa di lontanamente paragonabile. “Utopia“, invece, è piuttosto brutto e subirà un’ulteriore svalutazione nel tempo. Nel 2061 non ne ricorderemo più nemmeno il titolo.

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