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Glassjaw – Material Control

2017 - Century Media
post hardcore / screamo

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Tracklist

1. New White Extremity
2. Shira
3. Citizen
4. Golgotha
5. Strange Hours
6. Bastille Day
7. Pompeii
8. Bibleland 6
9. Closer
10. My Coscience Weighs A Ton
11. Material Control
12. Cut And Run


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La storia dei Glassjaw non è mai stata semplice. Una storia fatta di album disumani capaci di giganteggiare assieme ai soli At The Drive-In in una scena, quella post-hardcore/screamo di inizio millennio, che ha visto susseguirsi una quantità esagerata di progetti. Ma una storia fatta anche di line-up in continuo cambiamento, formazioni sempre diverse che avevano come unico perno e faro Daryl Palumbo e Justin Beck.

I due, nonostante i vari “stop’n’go” della band, i progetti collaterali e i due EP datati 2011, non avevano più affrontato l’idea di buttar giù un album intero e così di anni da quell’incendiario e ormai leggendario “Worship And Tribute” ne sono passati ben quindici. Un’infinità per come si sono messe le cose nel mentre all’interno del music-biz, o della scena, se volete. Ma il 2017 pare che passerà alla storia – o verrà totalmente ignorato, a ben guardare – per essere l’anno in cui i due generi di cui sopra sono risorti nelle figure della triade ATDI/Quicksand/Glassjaw.

Se la band capitanata da ORL e Cedric Bixler-Zavala ha dato prova di forza con un album lontano anni luce dal proprio passato, quella di Walter Schreinfeld di guardarsi addosso senza badare al di fuori, Palumbo e Beck hanno deciso di andare oltre. Non solo evolvere il proprio suono ma anche ridefinirlo, renderlo più forte e splendente, digerendo se stessi al punto di diventare qualcos’altro mantenendo un’identità invincibile. Da questi presupposti nasce “Material Control”, disco pronto a prendere il posto nell’olimpo del genere al fianco del suo illustre predecessore.

Forti della collaborazione del batterista dei The Dillinger Escape Plan Billy Rymer i due portano in vita un mostro meccanico dal cuore pulsante ricolmo di splendore invitto. Il disco si dibatte furioso in un ciclone elettrico, scalcia e si ritrae quando deve, morde e piange, sgomita e sbava quasi fosse una bestia in procinto di distruggere la gabbia in cui è rimasto chiuso per anni. Mai come ora i Glassjaw sono stati tanto arrabbiati e calorosi, neppure nel proprio incredibile passato.

Le chitarre di Beck sono unghie a mò di rasoio sulla pelle di carta dell’ascoltatore, dilaniano e fanno sanguinare ad ogni riff, sempre più distorte ed eccessive sorrette da un basso a dir poco mastodontico che si fa spazio nelle frequenze libere tanto quanto occupa mai abusivamente quelle già piene zeppe. Rymer è una furia e pare di vedere Godzilla fare in mille pezzi intere città fatte di Lego ad ogni scudisciata di doppio pedale, sempre misurato nella sua enraged machinery. New White Extremity è il perfetto biglietto da visita per il giro guidato in questo diabolico girone infernale e racchiude in sé tutto il nuovo che ha da mostrare la band newyorkese: disperazione, incancrenimento e bile a livelli cosmici.

Daryl è in forma a dir poco smagliante e la esterna tutta nell’asfissiante Citizen, ariete da guerra con tanto di strofa in controtempo e tirata all’eccesso e ritornello ultra melodico che esplode come una mina antiuomo lasciando dietro di sé solo il nulla. Della medesima pasta sono fatte le infami Golgotha e Shira, entrambe sul filo del rasoio della follia e vicine più che mai ai DEP ultima maniera, ghiotti di commistioni tra mostri e fate.

La marcescenza strisciante della doomescenza hc infarcita da mastodontici riff circolari di Pompeii riesce laddove hanno fallito i brani più gloomy dell’ultimo Converge, il caleidoscopico e plumbeo incedere di Bibleland 6 mostrano ancor più da vicino l’estrema versatilità di Palumbo mentre Closer ci dona una visione deftoniana del racconto filtrata dalle radici NY hc della band. La vicininanza alla band di Moreno e soci è evidente anche nella super catchy My Coscience Weighs A Ton, vera e propria perla esplosiva del disco.

Non solo di mazzate imperiture è composto il brano come dimostrano gli esperimenti alienanti della percussiva Bastille Day e nelle cuciture electro della title track e del synthpop iper eightis della splendida Strange Hours, giusto per dimostrare che i nostri non hanno dimenticato che uscire dagli schemi si può e non può che giovare all’economia di un album improntato verso l’annichilimento del sistema uditivo di chiunque vi si approcci.

Puro e semplice stato di grazia per questi rinnovati Glassjaw, tornati per reclamare il proprio posto sul trono della musica alternativa di matrice post. Non me ne vogliano gli ATDI. Qui si vola molto più in alto.

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