Tommy Lee – Andro

Recensione del disco “Andro” (Better Noise Records, 2020) di Tommy Lee. A cura di Giuseppe Loris Ienco.

Tommy Lee ha ormai un solo obiettivo: piacere ai gggiovani a tutti i costi. Nonostante i cinquantotto anni suonati il batterista dei Mötley Crüe, noto alle masse per i suoi eccessi da rockstar e per una turbolenta storia d’amore con la bombastica Pamela Anderson, si rifiuta di cedere alla vecchiaia e continua a godersi una vita da divo nella sua sfarzosa villa di Los Angeles. Potendo oggi contare sulle fresche attenzioni di quelle centinaia di migliaia – ma che dico: milioni! – di follower che ne seguono le peripezie da attempato ragazzaccio su TikTok e Instagram, il birbaccione ha recentemente deciso di rivitalizzare una carriera solista mai davvero decollata con un album intitolato “Andro”.

Partirò col dire che si tratta di un progetto sicuramente molto ambizioso. Dopo le prove non particolarmente entusiasmanti con i Methods Of Mayhem, Lee abbandona il microfono per dedicarsi totalmente alla composizione e alla produzione. Il coinvolgimento di cantanti assai diversi tra loro sia per stile che per background gli permette di spaziare tra generi e sonorità che probabilmente non piaceranno per nulla ai nostalgici dell’hard rock anni ’80.

I trentadue minuti di “Andro” rappresentano infatti una sorta di lettera d’amore alla forma più cafona, caciarona e festaiola dell’EDM, di volta in volta contaminata da influenze che spaziano dal nu metal di Knock Me Down al funk di You Dancy, fino ad arrivare al rap e al pop più o meno tradizionale (When You Were Mine, P.R.E.T.T.Y). E c’è pure il penetrante afrore di trap e dubstep sparso qua e là, tanto per rendere ancor più speziato il piatto.

Nel tentativo di mostrarci tutto il suo talento dietro la consolle, Tommy Lee cede al fascino del digitale per rinunciare quasi definitivamente al rock. Siete infatti al cospetto di un lavoro in cui viene privilegiato il lato più sintetico, artefatto e crossover della musica elettronica, intesa non come veicolo per dar forma a idee interessanti e in sintonia tra loro ma quasi esclusivamente come accozzaglia di beats, hooks e bass drops eterogenei da sparare addosso a disattenti frequentatori di dancefloor.

Non voglio stroncare questo povero album che, tra le altre cose, ha avuto la sfortuna di uscire in uno dei periodi più infelici della storia dell’umanità. Se fossero ancora aperte le discoteche, “Andro” avrebbe pure ragione di esistere. Ma con i party vietati ancora per chissà quanto e la movida divenuta un pericolo letale, l’ascolto di questi tredici brani assume un significato inedito: un triste monumento al fantasma del divertimento senza fine.

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