Bon Jovi – 2020

Recensione del disco “2020” (Captain Kidd Corp., 2020) di Bon Jovi. A cura di Giuseppe Loris Ienco.

Vi invito a osservare solo per pochi secondi il volto di Jon Bon Jovi sulla fotografia che fa da copertina al nuovo album della sua band. Vi sembra assorto in mille pensieri, o magari preoccupato per l’evolversi della situazione in questo infausto periodo segnato da ogni tipo di disgrazia? A me no. Dopo aver dedicato svariati ascolti a questa sua nuova opera – la quindicesima, tanto per essere precisi – sono riuscito a interpretare il significato dell’espressione accigliata dell’ormai attempato rocker del New Jersey. Se questa immagine potesse parlare molto probabilmente ci direbbe quanto segue: «Quest’anno è stato davvero tremendo, vero? Beh, aspettate di sentire il mio “2020” e forse rivaluterete gli ultimi mesi delle vostre patetiche esistenze».

Tra la gestione assolutamente fallimentare della pandemia e lo spettro della rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca, l’America si trova letteralmente sull’orlo del baratro. Con le dieci tracce di questo disco i Bon Jovi, da tempo convinti attivisti liberal, provano a risollevarla dalle macerie con piccoli messaggi di speranza. Peccato solo siano talmente poco ispirati e insipidi da finire per trasformarsi in un colpo fatale assestato proprio dove fa più male: nel ventre mollo della tradizione rock a stelle e strisce.

Al bel Jon Bon Jovi non si chiede di tornare ai fasti dei favolosi tormentoni pop metal degli esordi, né tantomeno di farci divertire con un nuovo “Slippery When Wet”. A quasi sessant’anni è più che comprensibile il desiderio di mostrare il lato più maturo del proprio songwriting. Ma se devi limitarti a fare la brutta copia del peggior Bruce Springsteen, è meglio se te ne torni in televisione a fare il fidanzato di Ally McBeal. E non lo dico da detrattore del gruppo, anche se mi rendo conto che dopo tante e tante delusioni parlare male dei Bon Jovi è un po’ come sparare sulla Croce Rossa.

Il fatto è che i problemi se li vanno a cercare: minuti e minuti di potenziali hit radiofoniche da quattro accordi quattro, farcite di fastidiosissimi uo-uo-uo e na-na-na, rappresentano il classico esempio della celebre espressione idiomatica “tutto fumo e niente arrosto”. Le elettriche Limitless, Beautiful Drug e Brothers In Arms, per quanto innocue ed estremamente poco originali, si lasciano ascoltare con colpevole piacere. Stendiamo invece un velo pietoso sulle ballad, scontate e noiosissime nonostante i temi importanti trattati nei testi: le lotte del movimento Black Lives Matter in American Reckoning e le sparatorie di massa in Lower The Flag.

Il punto più basso però lo tocchiamo con Do What You Can, un frizzantissimo e zuccherino brano country rock in cui Jon Bon Jovi, con una voce sempre più impastata e inconsistente, ci canta della tragedia del COVID-19 quasi con toni allegri, come fossimo in una sagra di paese. Non fraintendetemi: il suo naturalmente non è negazionismo, ma fiducia nel futuro e nel progresso scientifico. Speriamo solo che a nessuna tra le persone coinvolte nello sviluppo dei vaccini venga mai in mente di mettere nel lettore CD questo “2020”: potrebbero a buon ragione decidere di far estinguere l’intera razza umana.

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