Widowspeak – The Jacket
Recensione del disco “The Jacket” (Captured Tracks, 2022) dei Widowspeak. A cura di Simone Catena.
“The Jacket” è il sesto album in studio per il duo indie rock americano Widowspeak, con base a Brooklyn. Il loro percorso sensibile affonda le radici nel sound folk contemporaneo, lasciando delle forti emozioni e un senso di libertà unico. La cantante Molly Hamilton, insieme al suo compagno di viaggio, il chitarrista Robert Earl Thomas, disegna un mosaico audace con uno stile riconoscibile che culla dolcemente l’ascolto, in giornate intense nella vita quotidiana di tutti i giorni. L’idea del disco nasce come concept album che prende il via su strade astratte ma poi evolve in qualcosa di personale in un processo che parla di esperienze vissute.
Con il primo singolo Everything is Simple, che ha anticipato l’uscita del disco, ci troviamo di fronte ad una canzone che descrive un vivace cambiamento nel vivere relazioni complicate con un nuovo senso di purezza. La struttura si libera leggera sul giro di chitarra corposo e la linea vocale di Hamilton, che come un desiderio importante si fa strada sotto i riflettori di una storia d’amore. Ci rilassiamo però con l’apertura melodica di While You Wait, un brano che si accende su una linea di pianoforte semplice ma efficace e un flauto traverso suggestivo. Sul testo poi si mette in primo piano l’abitudine musicale che fa da colonna sonora ai nostri sentimenti. Invece, con la sottile terza traccia Salt, le vibrazioni intense cavalcano l’onda del momento in una composizione ben scritta che conferisce quel tocco di country alle sonorità. Infine, il giro di chitarra danzante in chiave acustica chiude nel silenzio la canzone.
Il cammino procede con l’atmosfera tagliente di True Blue per fare un salto indietro alle origini della band. Il tempo sostenuto della batteria, a passi lenti, si avvolge all’incantevole linea vocale e ci ritroviamo su una carovana in viaggio verso una terra lontana. Nel solo di chitarra notiamo tutto lo stile maturo e di grande qualità che completa la traccia. Poi nella title track le distorsioni in agguato fanno irruzione dentro una ballata sensazionale, collegando un sogno magico all’interno di una composizione sublime.
Sulle note di Unwind il pianoforte si proietta verso qualcosa di orecchiabile a tinte dream pop. Le sonorità si avvicinano a sinfonie meticolose in pieno stile Cardigans. The Drive entra invece nella mischia con una linea spettrale che unisce le tastiere ipnotiche e il giro di chitarra brillante, creando un momento sognante, per uno dei brani migliori del disco. Verso la fine una direzione più lineare si tinge di nuovo in Slow Dance, in cui la tematica personale e visiva del duo si sposta su orizzonti piacevoli. Stesso discorso vale per Forget It con un groove ampio di basso e un ritornello godibile, un brano semplice e diretto.
Il disco si conclude con una combustione lenta e diversa che, con grande abilità, riesce a trasmettere una vibrazione importante. Sleeper si manifesta in tutto il suo splendore con un ritmo chiave delle percussioni e l’organo magnetico, per una conclusione ingegnosa.
Il concetto personale dei Widowspeak si racchiude in questo disco, senza dubbio il migliore nella loro carriera, con un intrigo di parole e suoni ricercati che spaziano in un vortice di invidiabile creatività.




