Devin Townsend – Lightwork

Recensione dei dischi “Lightwork” (HevyDevy/Inside Out, 2022) di Devin Townsend. A cura di Enrico Ivaldi.

Devin Townsend è sempre stato uno degli artisti più viscerali ed umorali degli ultimi decenni, e chi lo ha seguito durante i due anni di pandemia sia su Twitch che coi suoi podcast su Spotify,  è potuto entrare ancora più a fondo nel personaggio.

Ogni singolo lavoro dell’artista canadese è la di fatto la messa in musica di uno specifico momento della sua vita, quasi come fosse una seduta di terapia atta a esorcizzare i propri demoni interiori.  Non ne è esente questo nuovo “Lightwork” che ci (ri)presenta un Devin apparentemente rilassato e positivo (mood ricorrente nella sua recente discografia) dopo il caos totale del difficilissimo “The Puzzle”. Con le sue strutture quasi pop, i suoni avvolgenti e quasi confortanti, farà storcere il naso a parecchi, specie agli eterni orfani degli schizofrenici anni dei SYL che ,mai come ora, paiono così lontani. Quello che non è mai cambiato è l’inarrivabile capacità di Devin nello scrivere canzoni che ti toccano dentro, a volte coccolandoti, a volte prendendoti a schiaffi, con una facilità ed un talento disarmanti.

Sentite Celestial Signals che libera tutta la sua tensione in un ritornello liberatorio e da lacrime. “We’ll never regret for a minute, when all is new”  canta Townsend, come a dirci: se tutto attorno cambia non dobbiamo mai aver paura delle conseguenze, una mantra questo che lo rappresenta come non mai. Persino quando il fardello si fa pesante, (Heavy Burden appunto), troviamo cori di bambini a stemperare l’altalena di mille cambi di mood. Vacation ci porta in un solitario viaggio acustico fatto di melanconia e mete immaginarie, mentre una certa instabilità emotiva prende il sopravvento nei voli prog di Heartbreaker e Dimensions, figlie dirette della vena zappiana di “Empath.

Ritroviamo in “Lightwork” collaboratori come Mike Keneally, Morgan Agren, e ovviamente Anneke Van Giersbergen che impreziosisce quel piccolo capolavoro pop che è Call Of The Void. Tracce di lirismo da musical fanno capolino nella intensa Lightworker mentre la conclusione viene affidata ai dieci minuti di Children Of God, ideale ponte tra “Terria” e “Epicloud”.

Ora, se si trattasse di un artista qualsiasi ci saremmo fermarti qua, ma parliamo di Devin Townsend uno per cui il limitarsi a pubblicare solamente un disco non basta. Ecco infatti che troviamo nella edizione estesa di “Lightwork” il disco bonus “Nightwork”che rappresenta, come fece “Snuggles” con “The Puzzle”, l’altra faccia della medaglia.  Non ci stupiamo quindi di trovarci davanti a deliri in blastbeat pericolosamente vicini agli SYL, divertissement elettro-rock, arrangiamenti inaspettati (Children Of Dog) o momenti di crooning à la Faith No More.

Certo, un disco come “Nightwork” con la sua estrema eterogeneità è da prender per quello che è: una collezione di idee che non avrebbero mai potuto aver spazio nell’opera principale. Un’opera che, per la sua natura volutamente diversa e rilassata, probabilmente non incontrerà i favori di tutti i fan di Devin senza però intaccare minimamente la grandezza artistica di uno dei pochi artisti liberi della nostra epoca. 

Divisivo, meraviglioso, spiazzante, ruffiano. Pensatela come volete ma “Lightwork” va chiamato per quello che è: un grandissimo disco. 

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