London Brew – London Brew
Recensione del disco “London Brew” (Concord Records, 2023) dei London Brew. A cura di Giovanni Davoli.
Ci sono dischi e musiche che esistono in un luogo, una città, un posto, un momento. Più che mai è il caso dei London Brew, una one-shot band che nel dicembre 2020 doveva esibirsi a Londra in celebrazione del cinquantennale di “Bitches Brew” di Miles Davis. Il concerto venne annullato per Covid. Questa la line-up, tutta londinese: Martin Terefe – chitarra; Nubya Garcia – sassofono e flauto; Shabaka Hutchings – sassofono, legni; Tom Skinner – batteria, percussioni; Theon Cross – tuba; Raven Bush – violino, elettronica; Tom Herbert – basso elettrico, contrabbasso; Nikolaj Torp Larsen – sintetizzatori, melodica; Nick Ramm – piano, sintetizzatori; Dan See – batteria, percussioni; Dave Okumu – chitarra.
Martin Terefe e Dave Okumu, in fase di pre-produzione avevano concepito il progetto come “una visione radicata nell’ispirazione e nella celebrazione piuttosto che nella ricreazione fedele (di “Bitches Brew”)”. Eravamo alla fine di un anno, il 2020, che sembra un secolo fa, ma sono solo tre anni. Un anno che abbiamo passato per la maggior parte chiusi in casa e con zero concerti dal vivo. Se ne abbiamo sofferto noi, chissà i musicisti. Non solo non potevano fare concerti ma non potevano nemmeno suonare tutti insieme in una stanza e avevano passato l’anno scambiandosi file e idee musicali via internet.
Terefe, un produttore di musica pop vincitore di Grammys, non si perse d’animo per la serata andata buca e decise di riunire la band per tre giorni in uno studio di registrazione della capitale britannica, The Church Studios. Nel dicembre 2020, potete solo immaginare cosa potesse significare per musicisti di quel livello ritrovarsi a fare musica liberamente tra di loro. Benji B, un DJ, venne quindi chiamato con le sue consolle per fornire all’ensemble gli sketch concepiti da Terefe e Okumu. La versione aggiornata del metodo seguito da Miles per creare alcuni dei suoi principali capolavori, quando si limitava a fornire alla band qualche accordo e un mood prima di lasciarli andare liberamente.
Ne sono nate una dozzina di ore di registrazioni a cui Terefe ha successivamente messo mano. Essenzialmente, quello che ha fatto è stato selezionarne un’ora e mezza e dividerla in 8 tracce, decidendo quando ogni traccia cominciava e quando finiva, senza modifiche. Il risultato è questo “infuso londinese”. 90 minuti di totale libertà, che non scivolano mai nell’improv. Che rimangono sempre rigorosi, ingegnosi, telepatici e coesi.
“London Brew” cattura un momento preciso nella storia del mondo, del Regno Unito, di Londra. Un momento non allegro, di sicuro. Un momento preciso nella storia della musica e della musica jazz in particolare. Un momento preciso che potrebbe passare a sua volta alla storia della musica e venire a sua volta ricordato e celebrato tra altri 50 anni, tali e tante sono l’ispirazione, la passione, la classe che trasudano da quest’opera che non si lascerà facilmente finire di ascoltare. Ci sono voluti oltre due anni perché quello che era accaduto ai The Church Studios maturasse e venisse portato al pubblico. Ho la sensazione che ce ne vorranno molti di più perché noi si possa appieno apprezzare cosa in realtà era accaduto.
Come si diceva ai tempi di “Bitches Brew”: questa è musica che può cambiare il mondo. Ovvio poi che il mondo, in 50 anni, non può che cambiare. Ma grazie a dischi così, è comunque un po’ meglio.




