Nick Waterhouse – The Fooler
Recensione del disco “The Fooler” (Innovative LEisure/Pres, 2023) di Nick Waterhouse. A cura di Giovanni Davoli.
Arriva al sesto album Nick Waterhouse, in una carriera che sta passando inosservata nel nostro paese ma non nel suo. Sono difatti recenti le sue apparizioni negli ultimi dischi di Joan Batiste (“We Are”, vincitore di un Grammy) e Lana Del Rey (“Did You Know That There’s A Tunnel Under Ocean Blvd.?”). Ci eravamo già occupati di Waterhouse due anni fa in occasione del suo quinto “Promenade Blue”, bellissima prova che esponeva il mondo di un autore perennemente innamorato di un’America che c’era, se c’era, una sessantina di anni fa. Un disco diretto, nei testi, nella musica e nelle intenzioni.
“The Fooler” appare leggermente più complesso. Già il titolo per esempio e la data di uscita che si mantiene sullo stesso tema: l’1 aprile. Mettici anche alcune tracce che sono gradite sorprese, come Late in the Garden che suona così tanto e inaspettatamente “Velvet Underground”. Che poi non è Nick stesso “l’imbroglione”. Lo dice nella title track: “I am the fool / You are the fooler”. Non è chiaro se stia parlando ad una amata. D’altronde, come dice lui, queste sono canzoni d’amore “senza l’amore nel ritornello”. “Le canzoni e la storia in questo disco parlano del luogo e delle persone che lo abitano” – suggerisce l’artista. E ancora: “The Fooler” parla del mistero che noi rappresentiamo per un’altra persona e quello che loro sono per noi”.
San Francisco è la location della storia, come chiarisce anche la bella foto di copertina che ritrae una libreria iconica per la città, la City Lights, vicino alla quale Waterhouse viveva nei suoi anni universitari. “I miei bar locali, Tosca e Specs, erano proprio di fronte a City Lights. Tutta questa vita che ho avuto era in quell’angolo tra Broadway e Columbus. C’è come una sovrapposizione temporale, perché avremmo potuto essere io e i miei amici in quella foto. O forse ci sono. Non lo so.” – racconta l’artista. Alla fine, nella sua arte, ne avevamo già parlato recensendo Promenade Blue, ritorna sempre il tema di come ci si possa trasportare da un’epoca all’altra, grazie all’arte. Con la musica, la fotografia, o i video; basta guardare quello di Hide And Seek che lo ritrae in uno studio radiofonico circondato da vinili e Revox.
E a questo scopo, anche in “The Fooler” Waterhouse ricorre a una registrazione in mono, affidata questa volta a un grande ingegnere come Mark Neill, a sua volta vincitore di un Grammy per “Brothers” dei The Black Keys. “Mark è uno degli ultimi produttori/ingegneri americani veramente legati alla tradizione audio,” – racconta Waterhouse – “Registrare questo disco è stato come andare a vedere il maestro di kung fu sulla montagna. Probabilmente puoi tracciare una linea dritta dal mio primissimo disco a questo, ma questo è qualcosa di completamente diverso. Il paesaggio sonoro progettato da Mark è molto più lontano nello spazio, con riverbero e profondità. Il disco è in mono ma suona così lussureggiante”.
Effettivamente è una delizia per le orecchie: se Promenade Blue suonava come un vinile di 60 anni fa, “The Fooler” suona come qualcosa che si trova sospesa nel tempo tra oggi e allora. Ed è un pò tutta l’arte del nostro ad essere così. Come ancora una volta dimostra una raccolta di canzoni, nostalgiche, eppure fresche come se ci trovassimo nel 1963. Perché il tempo che passa è solo un’illusione da cui la musica può risvegliarci.




