The Mars Volta – Que Dios Te Maldiga Mi Corazon
Recensione del disco “Que Dios Te Maldiga Mi Corazon” (Clouds Hill, 2023) dei Mars Volta. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Dieci anni di digiuno possono portare a risultati diversi ma non così vari: dischi buoni, si spera, pieni d’urgenza e idee maturate maturando (scusate il gioco di parole) oppure l’esatto opposto. O, ancora, dischi non granché utili. Da qui nascono molti dubbi, tra cui “un album può ancora essere utile?” e anche “mi basterà lo stipendio per comprarmi tutte le varianti che usciranno?” Al secondo quesito la risposta chiara è: probabilmente no.
Facciamo un ulteriore passo avanti: è utile la versione acustica di un disco uscito meno di un anno fa? Che me ne farò mai di una roba come “Que Dios Te Maldiga Mi Corazon”, che altro non è che la versione acustica dell’omonimo ritorno della premiata ditta Mars Volta? Anche qui: probabilmente niente. Un bel niente, ben confezionato, suonato con tutti i crismi, ma pur sempre niente. È il morbo denominato “di Rodriguez-Lopez”. Sintomi: buttare fuori troppo materiale e spesso così simile che, a una certa, uno si trita pure gli attributi a starci dietro e molla. Da un estremo all’altro senza passare dal via, tanto più che l’hype del ritorno dopo tanto silenzio è già bell’e che estinto, evaporato in un lasso di tempo francamente imbarazzante.
Il chitarrista dice che un esperimento come questo se l’era tenuto dentro troppo a lungo e che ora, finalmente, può pubblicare in santa pace, divertendosi pure un sacco. Per l’amor di “dios”, non stento nemmeno a crederci. Non sono più i tempi del punk frantumato, delle progressioni misteriche, dei testi scritti con l’ausilio di una tavola ouija e chi te lo fa fare di incidere roba esplosiva, elettrica e cerebralmente massacrante? Nessuno, quindi ripieghi sul latin(pop)rock, ci dai dentro con la classica, le percussioni titopuentiane, fai a pezzi la materia di cui erano fatti i brani in prima battuta e lasci il resto alla voce micidiale di Cedric Bixler-Zavala, che gorgheggia, gigioneggia, a volte mette evoca nere nubi cariche di pioggia, si spinge fin dove può e, come già accaduto in altre occasioni, tiene in piedi la baracca (The Requisition, NoCaseGain).
Cotto, mangiato e ampiamente digerito in certi punti (Graveyard Love), pericolosamente Gotye ma meno catchy, in altri semplicemente polveroso, altrove pure insulso, privo di quella profondità data dagli strati della matrice, di quelle melodie che qui si appiattiscono su un marasma che le rende tutte più o meno simili se non intercambiabili (una su tutte la terrificante versione di Vigil, che pare più un demo che altro). Certo, se la title track l’avessero suonata i Gotan Project avrebbe potuto trasformarsi in un brano stellare, ma il cielo è coperto, strappa giusto un sorriso ma più di questo sarebbe come chiedere ad una sedia di scalare un albero.
Le radici sono importanti, nessuno ne dubita. Il dubbio che mi assale semmai è questo: non si poteva includere “Que Dios Te Maldiga Mi Corazon” a qualche edizione speciale di “The Mars Volta” senza spacciarlo come un esperimento? Non esageriamo, un esperimento è quello in cui si sono buttati i Melvins con “Five Legged Dog”. Sarebbe stato di gran lunga meglio scrivere un album ex-novo su queste coordinate che martoriarne uno già perfetto così com’è uscito, magari staremmo paragonandoli ad Arto Lindsay o ad “Avenue B” di Iggy Pop che ad una scialba copia di sé stessi. C’è una bella differenza.
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