Kali Uchis – Red Moon In Venus

Recensione del disco “Red Moon In Venus” (Geffen, 2023) di Kali Uchis. A cura di Piergiuseppe Lippolis.

A cinque anni di distanza dall’acclamato debutto, è tornata Kali Uchis, un nome fra i più caldi della sempre vivace scena soul/r&b americana e non solo. Dopo aver saputo miscelare con sorprendente equilibrio pop e r&b in “Isolation”, Kali Uchis era tornata in piena pandemia con “Sin Miedo (del Amor y Otros Demonios)”, scritto interamente in spagnolo anche in virtù delle sue origini colombiane, contribuendo a definire in maniera sempre più netta una proposta artistica in perenne tensione fra il pop latino e la vocazione soul/r&b già manifestata agli inizi.

Il ritorno al tramonto di questo inverno con “Red Moon In Venus” portava inevitabilmente con sé una certa dose di curiosità e attese che, tutto sommato, possono dirsi soddisfatte. Kali Uchis condensa in tre quarti d’ora scarsi ben quindici canzoni che, rispetto al passato, sono rivestite di una leggera patina di psichedelia e sembrano l’ideale per stare sdraiati su un lettino o con i piedi in ammollo, possibilmente pure sorseggiando qualcosa di leggermente alcolico. Immerso in una sudatissima e vagamente erotica atmosfera lounge, il terzo lavoro dell’artista della Virginia del Nord mette in fila una serie di canzoni edonistiche e da trucco sciolto, con una produzione estremamente curata a esaltare la sensualità di un cantato che mal cela tutto il suo desiderio di esserlo.

Ancora una volta, la tematica amorosa accomuna pressoché tutti i brani, ma non emergono altri saldi legami concettuali fra i quindici episodi di “Red Moon In Venus”. Anche il titolo del disco, di per sé, non sembra voler significare necessariamente qualcosa rispetto al pacchetto di canzoni contenuto al suo interno: se in astrologia la luna rossa è tendenzialmente un cattivo presagio, non c’è un particolare pessimismo nel songwriting di Kali Uchis, che solo due anni e mezzo fa scriveva un disco nel quale l’amore era dipinto come una sorta di ansiolitico. E proprio love è una delle prime parole di In My Garden, a cui spetta solo il compito di introdurre uno dei singoli di lancio: I Wish You Roses è pure uno dei pezzi più riusciti del disco, con il suo pop godereccio e fiammeggiante. 

Non sono tanti i brani a contendere a I Wish You Roses lo scettro di miglior canzone di questo disco ultra-caramelloso: sicuramente Moonlight, altro pezzo dall’alto tasso glicemico e che sin dall’attacco sembra voler ostinatamente perseguire un ideale gaudente (“I just wanna get high with my lover / Veo una muñeca cuando miro en el espejo kiss kiss“), con tanto di esperimento – riuscito – di spanglish a dir poco catchy. Il disco conosce altri due acuti poco oltre la sua metà, prima col tiro funky di Endlessly, poi con la psichedelia languida e persino un po’ Tame Impala di Moral Conscience, ma non sfigura in chiusura con il gustoso pop sintetico di Happy Now.

Nel mezzo, va detto, non tutti i brani si attestano su questi stessi livelli: qua e là qualcosa rischia di scivolare senza lasciare troppo il segno, ma anche senza il reale pericolo di appiattire l’intero album su standard qualitativi inferiori. Kali Uchis, alla terza prova della sua carriera, si conferma una bella realtà del genere, dando la sensazione di voler affinare sempre più la capacità di approssimare il paradigma soul/r&b alle più raffinate idee del pop (latino). Nel mentre, “Red Moon In Venus” rischia di essere già uno dei dischi più appiccicosi di questi mesi.

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