Giovanni Truppi – Infinite Possibilità Per Esseri Finiti

Recensione del disco “Infinite possibilità per esseri finiti” (Universal, 2023) di Giovanni Truppi. A cura di Nicola Stufano.

L’anno scorso Giovanni Truppi si è presentato a Sanremo riuscendo in un piccolo miracolo: uscirne con l’identità musicale e personale immacolata rispetto a quando era salito sul carrozzone. Mentre tutti gli altri artisti si abbandonavano alle peggiori amenità a caccia di punti per il Fantasanremo, lui si dimostrava l’unico totalmente indifferente alla moda del momento, affrontando una kermesse musicale come a musicisti e interpreti si chiedeva un tempo: presentando una canzone, punto e basta. In realtà un momento di esposizione se lo ritagliò bene con la serata delle cover, presentando un’indimenticabile versione di Nella mia ora di libertà affiancato da un altro intruso come Capossela: entrambi addobbati come anarchici di inizio novecento, roba che se fosse capitata quest’anno, nel pieno del caso Cospito, avrebbe fatto tremare i polsi a qualche dirigente Rai.

Libero, limpido, musicalmente eclettico e cantautoralmente ispirato: a 42 anni di età, Giovanni Truppi è forse uno dei migliori cantautori in fase creativa del Belpaese. Eppure, nonostante Sanremo, non ha ancora il riconoscimento che meriterebbe. Forse perché non si sfianca nell’inseguirlo, o forse perché col suo stile così sghembo e stralunato risulta sempre difficile capire dove finisce il guitto ed inizia il cantautore. Ma il Truppi di oggi, rispetto a quello di 15 anni fa, appare pur sempre ironico ma molto più consapevole del ruolo dell’artista e del peso che le sue riflessioni possono avere verso una coscienza collettiva.

Infinite possibilità per esseri finiti” è una condivisione di pensieri e di spunti utili, quando magari Stai andando bene Giovanni, tanto per citarne una del passato che mi sta particolarmente a cuore, somigliava più ad un flusso di coscienza, appunti sparsi di un uomo adulto al quale però mancavano ancora alcune dimensioni, come quella della paternità che aveva ben evidenziato proprio a Sanremo. 

È un disco di Truppi, ma c’è una maggiore pluralità rispetto ai precedenti. Anche perché alla produzione, assieme all’insostituibile Marco Buccelli, c’è Nicolò Contessa (I Cani). Il quale ormai da 7 anni gioca a nascondersi dal grande pubblico, forse in attesa che venga finalmente dimenticato, lasciando qua e là tracce della sua esistenza tra colonne sonore, stornelli in semi-incognito da Lundini o qualche (signor) inedito pubblicato su YouTube (Un altro Dio). E adesso partecipa a questo disco in una combo dal grande potenziale tra due dei migliori cantautori italiani tra i nati negli anni Ottanta. La presenza di Contessa in composizione è discreta ma influente, con uno strato di elettronica in più sopra l’immancabile piano di Truppi; lo si sente anche nella fragorosità di Centocelle, con quelle distorsioni tipiche dei pezzi de I Cani più tirati, lo si sente proprio vocalmente qua e là nei cori e dentro la filastrocca La felicità che aveva anticipato il disco.

Ma Contessa non scavalca, c’è sempre e soprattutto Truppi dentro le canzoni. Un Truppi meno erotico e più romantico del passato (Moondrone), nostalgico come ogni quarantenne che si rispetti (Amarsi come i cani) , ma sempre irrinunciabilmente ironico e sghembo (L’uomo buono muore). Le digressioni sociopolitiche si sprecano, ma la rinuncia alla retorica le rende ascoltabili, condivisibili e a tratti geniali: in Infinite possibilità, dopo aver esposto tutto il dilemma della sua crisi di identità politica, lo risolve trovando una proposta per risollevare le sorti della sinistra alla quale nessuno aveva ancora pensato (“Ci iscriviamo tutti al PD: la struttura c’è, le sedi pure, già affittate, pian piano ce lo prendiamo da mano a questi e cerchiamo di capire“). 

È un disco che pian piano coinvolge, che somiglia tanto a uno spettacolo teatrale, tant’è che con la collaborazione del collettivo Unterwasser, Giovanni Truppi ha portato in anteprima il disco attraverso uno spettacolo muitimediale, acustico e visivo. Gli archi di Camminando per via Indipendenza un sabato sera ascoltando la nuova canzone dei fratelli Eno suonano come un commovente climax che ci prepara al finale aperto di Fine. E giù, sipario, fino al prossimo spettacolo.

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