Pere Ubu – Trouble On Big Beat Street

Recensione del disco “Trouble On Big Beat Street” (Cherry Red, 2023) dei Pere Ubu. A cura di Paolo Esposito.

Al mondo esistono fenomeni inspiegabili. I vecchietti come me ricorderanno il “Who shot J.R.” di Dallasiana memoria, mentre quelli un po’ più giovani si sono chiesti chi abbia ucciso Laura Palmer. Nella storia della musica c’è invece un elemento che suscita la domanda esattamente contraria: cosa tiene in vita i Pere Ubu? Nati ormai quasi 40 anni fa, cambiati una trentina di elementi – tanto che l’unico membro storico è David Thomas – non risentono minimamente del tempo che passa e della band che cambia. 

I ragazzi (sì, i ragazzi!) di Cleveland, ormai al 19simo album in studio, avevano tuttavia dato un importante segnale d’addio nel titolo dell’ultimo disco, “The Long Goodbye”, uscito nel 2019. Ebbene, non solo David e soci hanno nel frattempo deciso di non lasciare un bel niente, ma dopo un lavoro durato quasi quattro anni e una pandemia di mezzo hanno raddoppiato con “Trouble On Big Beat Street”.  

L’inizio è già il manifesto dei Pere Ubu, che in perfetto stile minimalista titolano Love Is Like Gravity e cantano “I’m here to stay“. La sezione ritmica è un martello pneumatico, così il prosieguo non può che essere l’ossessiva Moss Covered Boondoggle. A proposito di ossessività, se dentro lanciamo una generosa secchiata di elettronica viene fuori Crocodile Smile, dove l’incertezza sulla direzione presa dona al pezzo una tensione notevole. Ciò che da sempre contraddistingue lo stile, più che il sound, della band di Thomas è il saliscendi emozionale: lunghe e tormentate composizioni si alternano a brevi compattati d’intensità: è così che giungono Movie In My Head e Nyah Nyah Nyah

La dimostrazione del teorema appena enunciato è l’enorme Worried Man Blues, che combina spoken word, noise, uno schizofrenico piano e il solito, tormentato e disperato canto di David. Poi ancora due mini-composizioni, Let’s Pretend e Satan’s Hamster: con la prima si raccoglie per alcuni secondi il fiato, mentre la seconda sembra uscita dalla colonna sonora di un film horror. Un’inaspettata botta di ritmo, quasi a riprendere il filone dance-gotico degli albori di carriera degli Ubu, è assestata da Crazy Horses, ottimo preludio al finale decretato dalla struggente – a modo loro – Uh Oh.

Poco o nulla da aggiungere su “Trouble On Big Beat Street”. E’ un disco intenso, ispirato, che incarna ancora una volta e senza il minimo stravolgimento stilistico la sostanza artistica della band di stanza in Ohio. Si abbina alla perfezione non solo al suo predecessore, ma anche ai dischi (meravigliosi) usciti quest’anno ad opera (ad esempio) di Yes e Jethro Tull, segno evidente che le galline vecchie riescono ancora e spesso a fare buon brodo. 

Il loro motto, che andava di moda alla fine degli anni ’70, è quanto mai valido insomma: la danza moderna non è finita. Alzate i c**i dalle poltrone e iniziate a ballare, dunque.  

Post Simili