Tommy Prine – This Far South
Recensione del disco “This Far South” (Thirty Tigers, 2023) di Tommy Prine. A cura di Maria Macchia.
Figlio del compianto John, uno degli esponenti più amati e significativi della scena cantautorale americana, scomparso a 73 anni durante la prima ondata pandemica del 2020, il ventisettenne Tommy Prine lancia sul mercato il suo album d’esordio, “This Far South”.
Il giovane songwriter, a distanza di un anno dal singolo Ships in the Harbour con il quale aveva vinto il premio “Saving Country Music”, si presenta al pubblico internazionale con un lavoro nato dopo due anni “on the road” in cui ha girato gli States proponendo dal vivo i pezzi che poi sono stati inclusi nel disco. È stata un’esperienza per lui particolarmente importante, durante la quale, per sua stessa ammissione, ha imparato moltissimo, sperimentandosi come performer e costruendo la propria identità e indipendenza artistica, al di là delle “responsabilità” che l’ascendenza paterna inevitabilmente comporta.
Tommy ha vissuto a stretto contatto con l’ambiente musicale fin da ragazzino, inizialmente accompagnando il padre nelle sue tournée e vendendo il merchandising ai concerti, ma il suo desiderio di diventare musicista a sua volta è nato quando aveva 17 anni, dopo l’ascolto di “Southeastern” di Jason Isbell, e soprattutto dopo l’opportunità avuta di esibirsi a fianco del genitore, tre mesi prima della scomparsa di quest’ultimo, all’undicesima edizione del “30a Songwriters Fest” di South Walton, Florida, nel gennaio 2020. Attualmente Prine è resident musician presso il celebre locale “The Basement” di Nashville ed è in procinto di intraprendere un lungo tour, che partirà a fine giugno da Atlanta per poi approdare in Regno Unito e Irlanda in agosto, per una decina di date, e fare ritorno negli USA per altri tre mesi di esibizioni live, fino a metà novembre.
“This Far South” si compone di undici tracce ed è sostenuto da una valida scrittura che si regge sulla collaborazione con l’amico cantautore Ruston Kelly in qualità di co-produttore. L’atmosfera che sembra pervadere la maggior parte del lavoro si basa sul ricorrente contrasto tra umano e divino, finito e infinito, passato e presente, solitudine e bisogno di conforto, disincanto e ricerca di valori a cui aggrapparsi, tematiche a cui sono improntate la maggior parte delle liriche. Lo stesso Prine lo ha definito un autentico diario intimo nel quale indagare il proprio percorso e la propria autenticità.
L’opener Elohim è un energico rock in cui l’io lirico è alla ricerca di certezze sul senso della vita, mentre Crashing Again è una ballad in cui si fanno i conti con le sfide che l’esistenza ci pone davanti. Sonorità prevalentemente acustiche, venate di malinconia, caratterizzano poi la title-track, in cui voce e chitarra esprimono senso di smarrimento e bisogno di aiuto (“I’m learning that it’s not good to fly… I think I deserve some rest“). In Reach the Sun il songwriter non esita a mettersi a nudo, raccontando gli attacchi di panico che in passato lo assalivano prima di salire sul palco. Segue By the Way, uno degli episodi migliori, in cui Tommy si confronta con il doloroso ricordo del padre (“It’s so hard to hear your voice in the songs we used to sing”). Si cambia quindi decisamente registro con Mirror and a Kitchen Sink, un arioso rock con tratti pop sulla vita di coppia e le contrarietà che essa che può comportare; il ripiegamento interiore, basato su nostalgiche reminiscenze personali, ritorna invece in un “terzetto” di brani, Boyhood, Letter to my Brother e Some Things, in cui si celebrano gli affetti familiari (“When I lay by your side everything is alright”).
Il tono meditativo, rafforzato da un arrangiamento essenziale per voce e chitarra in apertura, pervade inizialmente Cash Carter Hill, mentre il successivo crescendo e l’assolo di elettrica sembrano voler ampliare gli orizzonti del protagonista, conducendolo alla scoperta di sé tramite l’isolamento e la riflessione: “Silence is peace in a living man’s head/ There’s noise from the void when you talk to the dead/ If you ask the right questions and your soul starts to fill/ You’ve found your own trail up on Cash Carter Hill”. E si giunge alla naturale conclusione con la comprensione del fatto che l’amore è tutto ciò di cui abbiamo bisogno nella sognante Love You Always, dedicata alla moglie Savannah, che ha sempre supportato Tommy nella sua carriera e nei momenti di difficoltà che ha incontrato.
I sentimenti, dunque, sono il baluardo che può proteggerci dallo scorrere del tempo e dalle avversità della vita: questa è la conclusione a cui giunge Tommy Prine in “This Far South”. Un esordio di buon livello, realizzato con l’umiltà e la consapevolezza di un artista che, anche se il mondo ha di lui una visione ancora ammantata dall’ombra di un padre dall’enorme statura artistica, vuole assumersi la responsabilità delle scelte compiute e prendere il controllo della propria vita.




