Body of Light – Bitter Reflection
Recensione del disco “Bitter Reflection” (Dais Records, 2023) dei Body Of Light. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Affidarsi a certe etichette è un affare. Dais Records è una di queste. Se già va ringraziata, per lo meno dal sottoscritto, per le eccellenti ristampe dei Coil (ma qui l’elenco di label sarebbe più lungo) e Psychic TV, lo si fa anche per aver dato alle stampe Youth Code, Cold Cave, SONOIO, Drab Majesty e, ultimi, almeno di questo elenco, i Body of Light.
A sentire la proposta dei fratelli Jarson si direbbero nati e cresciuti in qualche gelida periferia europea, tra casermoni e tempo atmosferico tendente solo al grigio sotto zero o qualcosa di simile e invece arrivano dal deserto dell’Arizona, segno che il gelo te lo porti dentro anche se sei nato in un forno naturale. Di sicuro i Nostri non sono nemmeno i più freddi della “new wave” synth pop/darkwave che da anni spazza il mercato discografico tutto, ma nemmeno i più calorosi a dirla tutta. Purtroppo nemmeno i migliori in senso assoluto, ma di certo non meno interessanti.
Sotto una pioggia di melodie che vede agli estremi i primi Depeche Mode, Tears for Fears e parecchie altre formazioni di quella genia tanto se non disprezzata quantomeno distanziata dagli alternativi dei ’90 e poi ripresa col Nuovo Millennio, in assenza di nuove idee, i contenuti di “Bitter Reflection” si fanno forti di una corazza melodica a tratti di altissimo valore. Zampino importante è quello di Joshua Eustis, che se coi Telefon Tel Aviv aveva battuto tutt’altri sentieri, coi Black Queen si è visto tirato in mezzo a questo recupero di sonorità morbide e avvolgenti imbastite su sintetizzatori di ogni sorta, che qui porta in dote, tra Akai, Moog e altre amenità di questa risma.
Come i gruppi di cui sopra, i Body of Light se la giocano tutta sulla riconoscibilità di ogni pezzo, cantabile e oltremodo melodico. Bass synth a valanga, linee sintetiche, fiati processati, strumenti reali che diventano riproduzioni telematiche degli stessi fanno da ossatura a brani lanciati a forte velocità in tunnel illuminati da neon freddi accompagnati dalle voci all’unisono di Alexander e Andrew, punta di diamante di tutto “Bitter Reflection”, non troppo dissimili dalle grandi voci degli Ottanta (più Martin L. Gore e Peter Gabriel che altri più oscuri) e su quelle coordinate restano per tutta la sua durata. Tutto si incastra perfettamente e sembra che la copertina, una natura morta oscuramente brillante, si rifletta con la musica proposta, a tratti fin troppo statica nel suo essere cesellata sapientemente e imballata di sentimenti agrodolci che si affastellano canzone dopo canzone, ballad elettronica dopo ballad elettronica con sole tre eccezioni un poco più “sperimentali” che, a conti fatti, potrebbero non esserci. Una ricerca estetica che sfocia nel sonoro e viceversa, un punto a favore in un mondo di creazioni visuali intercambiabili e di fattura più che povera.
È vieppiù chiaro che ormai la ricerca musicale non si sviluppa più in verticale ma solo orizzontalmente. I Body of Light, come tanti altri sodali, spaziano nel già conosciuto cercando di svettare tra le mille proposte che oggi tornano a quel decennio tanto divisivo – che poi è croce e delizia di tutta questa “scena”. Nel loro piccolo ci riescono, rendendo “Bitter Reflection” un album senz’altro godibile, ma se cercate una spinta avanti non è qui che la troverete. Di lato, invece, c’è tutto lo spazio che volete, sempre che il senso di già sentito non vi spaventi troppo.




