CHAI – CHAI
Recensione del disco “CHAI” (Sub Pop, 2023) delle CHAI. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Due anni dopo “WINK” recupero la medesima domanda ascoltando “CHAI”: perché Mana, Yuna, Yuuki e Kuna non sono ancora assurte a fenomeno pop mondiale deflagrante? Lo trovo inconcepibile, forse inammissibile, in un mondo che ormai veste i panni della giapponesizzazione totale, assimilazione di quella cultura che a quelle latitudini è viva e vegeta da ormai quarant’anni suonati e che oggi noi maledetti occidentali abbiamo rapinato (un’altra volta e nuovamente senza cognizione di causa).
Sempre una quarantina d’anni fa Sub Pop non si sarebbe mai sognata (né permessa) di pubblicare dischi come gli ultimi due delle CHAI, album che i fan dell’etichetta della prima ora della label seattleana avrebbero mandato al macero senza pensarci su due volte, manco una, neppure mezza. Oggi però il mondo è cambiato e con lui l’industria discografica e così l’etichetta sozza lercia che fece detonare il fenomeno grunge (e mille altre cose a esso collaterali) continua a stampare e distribuire nel mondo qualcosa che esula dal DNA primigenio che la contraddistinse.
La formula vincente del sontuoso predecessore torna qui intatta, esattamente com’è stata già finemente calcolata dal quartetto di Nagoya. Donde esta la fregatura? Sta proprio in questo ripetersi. Il quarto, omonimo album delle CHAI, per quanto preciso, studiato in ogni minimo dettaglio e suono e pur trattandosi di un diamante pop di alto livello non offre la scintilla che dà fuoco alle polveri. Al netto di pezzoni come NEO KAWAII, K? e We the Female!, roboanti costruzioni doo-wop bombardate da coretti Sixties (chi ha detto Pizzicato Five?) e il languido city pop di I Can’t Organizeeee il resto viaggia su coordinate troppo piatte per il decollo, tendendo, per l’appunto, alla ripetizione priva di slanci veri e propri, mostrando il fianco di quello che è il mondo del pop odierno, un mondo di artigiani sempre più preparati, di produzioni ancor più perfette che in passato ma manchevoli degli agganci che tendono all’immortalità, rischiando di far scivolare la musica nel dimenticatoio sempre più in fretta, musica creata più per essere introiettata nel circuito social (leggi: soglia dell’attenzione sempre più bassa) che per essere custodita gelosamente nei ricordi di chi l’ascolta.
Al netto di ciò, quanto detto in apertura resta: le CHAI meritano un successo che ancora non hanno. Nel bene e, in questo caso, nel male.




