Shame – Cutthroat

Recensione del disco “Cutthroat” (Dead Oceans, 2025) degli Shame. A cura di Fabio Gallato.

È innegabile che, negli anni successivi alla Brexit, la scena post-punk britannica abbia assunto un ruolo centrale nella musica europea, diventando fattore determinante di correnti e tendenze. È altrettanto innegabile che, come tutti i movimenti, anche questo abbia finito per appiattirsi e rincorrersi, venendo talvolta a noia e tradendo i suoi ideali fondanti di urgenza e sintesi.

Non ne sono stati immuni gli Shame: dopo un esordio energico e interessante, hanno tentato di esplorare altri territori musicali senza mai addentrarvisi in profondità. Con il quarto album “Cutthroat” hanno provato a riprendere da dove avevano cominciato, in una sorta di secondo Anno Zero.

Dieci brani delineano un lavoro essenziale, in cui la voce e il carisma di Charlie Steen dettano tempi ed umori con il suo consueto mix di sarcasmo, surrealtà e nichilismo, che raramente si incastra in una narrazione lineare. Musicalmente, “Cutthroat” appare un disco senza compromessi, punk nello spirito e nell’estetica (Different Person), ma ben piantato nel presente e con un occhio alla dimensione performativa, come se il tutto fosse il preludio ad un live.

Il titolo stesso allude a una scelta tranciante, con cui la band sembra voler azzerare ogni deviazione e riaffermare la propria identità senza mediazioni stilistiche. Se i due lavori precedenti apparivano sbilanciati tra intensità e introspezione, “Cutthroat” è invece compatto e senza sbavature, contraddistinto da un’essenzialità quasi garage che ne fa un ascolto piacevole e immediato (Innocence, The Fall of Rome). Ci sono anche accenni all’indie anni 90, suggestioni elettroniche ed echi di Blur (vedi la title-track), come a voler comunque rivendicare una certa flessibilità.

Ciò che non torna, però, è una sorta di malinteso tra la voglia di spontaneità e l’esigenza di controllo. Quando accelera, il disco non affonda mai del tutto; quando rallenta, ricorda costantemente che, seppur post-, è sempre dal punk che proveniamo. Ne risulta un lavoro a metà strada, che sembra concepito più per essere portato in scena fino a non pensarci più, che per lasciare un vero segno sul piano espressivo. È davvero questo il post-punk di cui abbiamo bisogno?

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