Lauren Halo – Atlas

Recensione del disco “Atlas” (Boomkat, 2023) di Lauren Halo. A cura di Maria Balsamo.

Sesto album per l’incantratrice dell’elettronica Laurel Halo. “Atlas”, prodotto dalla label Boomkat, è un’elegante confezione di perle luccicanti, che custodiscono al loro interno rara materia di ambient jazz. Le dieci tracce sono progettate per portare l’ascoltatore in un viaggio uditivo attraverso il subconscio, con lo scopo di disorientarlo il più possibile. Unendo sia trame ambient sintetiche che capacità di acustica, questo album si presenta come una serie di sentieri sonori ascoltabili all’infinito, ricchi di dettagli nascosti.

Laurel Anne Chartow è nata a Ann Arbor, una contea del Michigan dove il paesaggio è formato da colline e valli e il terreno diventa più ripido nei pressi del fiume Huron. Classe ’85, Laurel è una compositrice, produttrice e dj. La Halo, in questo album (e anche nella sua vita artistica) suona il piano, la chitarra, il violino, il sintetizzatore, il sampler e la drum machine. Mentre il sassofono in “Atlas” è affidato a Bendik Giske, il violoncello a Lucy Railton e il violino a James Underwood.

Abandon, un’intro spaziale che ci travolge e conduce in una dimensione parallela. Siamo ancora qui, seppur con lo spirito altrove, increduli per un viaggio inaspettato. I riverberi sonori caratterizzano la track di apertura, offuscando la nostra percezione temporale. Ci sentiamo in una bolla da cui la visibilità si presenta opaca. Ciò che vediamo, al di là della barriera che ci divide dalla “realtà”, è solo materia fredda e amorfa. Belleville, il primo singolo estratto, è una nostalgica ballad per pianoforte, Registrata in una sola ripresa durante la primavera del 2021. Impreziosita da una risacca di vibrafono ed unita ad una serie di armonie vocali a cui ha partecipato il musicista Coby Sey. La città che vediamo là fuori è solo un vago ricordo della nostra infanzia. Ora la ruggine e gli amassi di materia abbandonata occupano il verde che costeggia il fiume. Quel corso d’acqua pura dove eravamo soliti andare a giocare.

Atlas, un mondo nuovo su cui poter atterrare. Il senso di inquietudine attorno a noi si affievolisce piano piano, lasciando trapelare timidi fili di luce. La terra è baciata da una nuova vita mentre la confusione ormai ci appartiene. Le distorsioni sonore occupano tutto lo spazio di questo brano. Ci sembra di galleggiare nell’aria ad un passo dal suolo. Earthbound conclude l’album con spazi sonori da eco e metalliche percezioni. Il legame con la nostra madre terra non ci permette di abbandonarci completamente all’ignoto. E così i richiami dei nostri avi ci riportano al punto di partenza.

Il fare sperimentale della Halo è il tratto distintivo di una linea artistica diversificata molto vicina al pop ma anche all’ambient, al club e all’elettronica. Da quando il suo album di debutto “Quarantine” è stato pubblicato nel 2012, Laurel Halo ha collaborato con molti artisti tra cui Moritz von Oswald, Julia Holter, John Cale e la London Contemporary Orchestra. Ma la passione per il jazz è la sua virtù segreta, un ideale motivazionale che la spinge a contaminare diversi generi musicali, senza però sporcare le linee di confine dei sound diversificati a cui l’artista fa riferimento.

L’ambient elettronica di Laurel Halo è lo specchio di un mondo interiore che vuole dare forma, stile e canone a ciò che appartiene al distorto universo esterno.

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